PETR DEMJANOVIC OUSPENSKY.
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FRAMMENTI DI UN INSEGNAMENTO SCONOSCIUTO.
Parte 3.
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Titolo originale: In Search of the Miraculous. 1947.
Traduzione di: HENRY THOMASSON.
1976. Casa Editrice Astrolabio, Ubaldini Editore, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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FRAMMENTI DI UN INSEGNAMENTO SCONOSCIUTO.
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CAPITOLO UNDICESIMO 
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Mi vengono sovente rivolte domande, ci disse un giorno G., che si riferiscono a testi e parabole del Vangelo. Sono dell'avviso che non sia ancora venuto per noi il tempo di parlare del Vangelo. Ci richiederebbe una conoscenza molto maggiore. Per, di tanto in tanto, prenderemo certi passi del Vangelo come punto di partenza per le nostre conversazioni. Imparerete cos ad intenderli in modo giusto, e soprattutto vi renderete conto che nei testi da noi conosciuti mancano abitualmente i punti pi essenziali.
Per cominciare, prendiamo il testo ben noto sul seme che deve morire per nascere. 'Se il grano non muore dopo che  stato gettato nella terra, dimora solo; ma se muore, porta molti frutti'. Giovanni, Decimo Secondo, 24.
Questo passo ha molteplici significati, e vi ritorneremo sovente; ma, prima di tutto,  indispensabile conoscere il principio in esso contenuto, il quale, nella sua piena estensione, si applica all'uomo.
Vi  un libro di aforismi che non  mai state pubblicato e che probabilmente non lo sar mai. Ne avevo gi parlato in relazione al significato della conoscenza e avevo tratto da questo libro un aforismo. In riferimento a ci di cui ora parliamo il libro dice: 'L'uomo pu nascere, ma per nascere deve prima morire, e per morire deve prima svegliarsi'.
Altrove questo stesso libro dice: 'Oliando un uomo si sveglia, egli pu morire; quando muore, pu nascere'. 
Vediamo che cosa questo significa. 
Svegliarsi, morire, nascere, sono tre stadi successivi; e se studiate attentamente i Vangeli, vedrete che sovente vi sono riferimenti sulla possibilit di 'nascere', ancora pi sovente sulla necessit di 'morire' e pi spesso ancora sulla necessit di 'svegliarsi': 'Vegliate, poich non sapete n il giorno n l'ora...'. Ma queste tre possibilit, svegliarsi o non dormire, morire, e nascere, non sono messe in rapporto l'una con l'altra.
Tuttavia, qui sta tutto il problema. Se un uomo muore senza essersi svegliato, non pu nascere. Se un uomo nasce senza essere morto, pu diventare una 'cosa immortale'. Cos, il fatto di non essere 'morto' impedisce ad un uomo di 'nascere' e il fatto di non essersi svegliato gli impedisce di 'morire', e se  nato prima di essere 'morto', questo fatto gli impedisce di 'essere'.
Abbiamo gi abbastanza parlato della 'nascita'. Nascere sta a significare l'inizio di una nuova crescita dell'essenza, l'inizio della formazione 
dell'individualit, l'inizio dell'apparizione di un 'Io' indivisibile.
Ma per essere capaci di giungervi o perlomeno di intraprendere questa via, l'uomo deve morire; questo vuoi dire che deve liberarsi da una moltitudine di attaccamenti e identificazioni che lo mantengono nella situazione in cui . Nella sua vita egli  attaccato a tutto, attaccato alla sua immaginazione, attaccato alla sua stupidit, attaccato persino alle sue sofferenze, forse pi alle sue sofferenze che ad ogni altra cosa. Egli deve liberarsi da questo attaccamento. L'attaccamento alle cose, lidentificazione con le cose, tengono vivi nell'uomo migliaia di 'io' inutili. Questi 'io' devono morire, perch il grande Io possa nascere.
Ma come si possono far morire? Essi non lo vogliono.  qui che la possibilit di svegliarsi viene in nostro aiuto. Svegliarsi significa realizzare la propria nullit, cio realizzare la propria meccanicit, completa e assoluta, e la propria impotenza, non meno completa, non meno assoluta. E non  sufficiente comprendere queste cose filosoficamente, a parole. Bisogna rendersene conto attraverso fatti semplici, chiari, concreti, fatti che ci concernono.
Quando un uomo comincia a conoscersi un po', vede in se stesso delle cose che lo fanno inorridire. Fintanto che un uomo non si fa orrore, non sa niente di se stesso.
Un uomo ha visto in se stesso qualcosa che lo inorridisce; decide di respingerlo, di ostacolarlo, di liberarsene. Tuttavia, per quanti sforzi faccia, sente che non lo pu, che tutto rimane come prima. Vede cos la sua impotenza, la sua miseria, la sua nullit; o ancora, quando comincia a conoscere se stesso, vede che non possiede niente, tutto ci che ha considerato come suo, le sue idee, i suoi pensieri, le sue convinzioni, le sue tendenze, le sue abitudini, le sue stesse colpe e i suoi vizi, niente di tutto questo gli appartiene: tutto si  formato per imitazione, oppure  stato copiato da qualche parte, tale e quale. L'uomo che sente tutto ci, sente la sua nullit; sentendo la sua nullit, l'uomo si vedr come egli  in realt, non per un secondo, non per un momento, ma costantemente, senza dimenticarlo mai pi.
Questa continua coscienza della sua nullit e della sua miseria gli dar finalmente il coraggio di 'morire'; morire non soltanto idealmente, ma morire di fatto e rinunciare veramente e per sempre a tutti quegli aspetti di s stesso che non sono necessari alla sua crescita interiore, o che ad essa si oppongono. Questi aspetti sono prima di tutto il suo 'falso io' e poi tutte le sue idee fantastiche sulla sua 'individualit', 'volont', 'coscienza', 'capacit di fare', sui suoi poteri, sulla sua iniziativa, sulla sua determinazione, e cos via. 
Ma per diventare un giorno capace di vedere una cosa sempre, occorre dapprima averla vista una volta, anche per un solo istante. Tutti i poteri nuovi, tutte le capacit di realizzazione, appaiono sempre in uno stesso modo. All'inizio non si tratta che di rari lampi, che non durano pi di un istante; in seguito, appaiono con maggiore frequenza e durano sempre pi a lungo, fino a quando, dopo un lunghissimo lavoro, diventano finalmente permanenti. La stessa legge si applica al risveglio.  impossibile svegliarsi completamente, in un solo colpo. Occorre dapprima svegliarsi per degli istanti molto corti. Ma bisogna morire del tutto, subito e per sempre, dopo aver fatto un certo sforzo, dopo aver superato un certo ostacolo, dopo aver presa una certa decisione sulla quale non si pu ritornare. Ci sarebbe difficile, persino impossibile, se non fosse preceduto da un lento e graduale risveglio.
Vi sono per migliaia di cose che impediscono all'uomo di svegliarsi e lo mantengono in potere dei suoi sogni. Per agire coscientemente, nellintenzione di svegliarsi, bisogna conoscere la natura delle forze che tengono l'uomo nel sonno.
Prima di tutto bisogna comprendere che il sonno nel quale vive l'uomo non  un sonno normale, ma ipnotico. L'uomo  ipnotizzato e questo stato ipnotico  continuamente mantenuto e rinforzato in lui. Si potrebbe pensare che esistano delle 'forze' per le quali sia utile e vantaggioso mantenere l'uomo in uno stato ipnotico, impedendogli di vedere la verit e di comprendere la sua situazione.
Una certa leggenda orientale narra di un mago ricchissimo che possedeva numerosi greggi. Quel mago era molto avaro. Egli non voleva servirsi di pastori, e neppure voleva recingere i luoghi dove le sue pecore pascolavano. Naturalmente esse si smarrivano nella foresta, cadevano nei burroni, si perdevano, ma soprattutto fuggivano, perch sapevano che il mago voleva la loro carne e la loro pelle. E a loro questo non piaceva.
Infine il mago trov un rimedio: ipnotizz le sue pecore e cominci a suggerire loro che erano immortali e che l'essere scuoiate non poteva fare loro alcun male, che tale trattamento, al contrario, era per esse buono e persino piacevole; poi aggiunse che egli era un buon pastore, che amava talmente il suo gregge da essere disposto a qualsiasi sacrificio nei loro riguardi; infine sugger loro che se doveva capitare qualcosa, non poteva in ogni caso capitare in quel momento e nemmeno in quel giorno, e per conseguenza non avevano di che preoccuparsi.
Dopo di che il mago introdusse nella testa delle pecore l'idea che esse non erano affatto pecore; ad alcune disse che erano leoni, ad altre che erano aquile, ad altre ancora che erano uomini o che erano maghi.
Ci fatto, le pecore non gli procurarono pi n noie n fastidi. Esse non lo fuggivano pi, ma attendevano serenamente l'istante il cui il mago avrebbe preso la loro carne e la loro pelle. 
Questo racconto illustra perfettamente la situazione dell'uomo.
Nella letteratura cosidetta 'occulta', avrete probabilmente incontrato l'espressione 'Kundalini', 'il fuoco di Kundalini' o 'il serpente di Kundalini'.
Queste espressioni sono sovente usate per indicare una forza sconosciuta, che  latente nell'uomo e che pu essere risvegliata. Ma nessuna delle teorie conosciute da la vera spiegazione della forza di 'Kundalini'.
Talvolta la si collega al sesso, all'energia sessuale, cio all'idea della possibilit di utilizzare l'energia del sesso per altri fini. Tale interpretazione  completamente sbagliata, perch Kundalini pu essere in ogni cosa. E soprattutto Kundalini non  in nessun caso qualcosa di desiderabile o di utile per lo sviluppo dell'uomo;  molto curioso constatare come gli occultisti si siano impadroniti di una parola della quale hanno completamente alterato il significato, riuscendo a fare di questa forza molto pericolosa, un oggetto di speranza e una promessa di benedizione.
In realt, Kundalini  la potenza dell'immaginazione, la potenza della fantasia, che usurpa il posto di una funzione reale. Allorch un uomo sogna in luogo di agire, allorch i suoi sogni prendono il posto della realt, allorch un uomo si immagina di essere un leone, un'aquila o un mago,  la forza di Kundalini che agisce in lui. Kundalini pu agire in tutti i centri, e col suo aiuto tutti i centri possono essere soddisfatti dall'immaginario, anzich dal reale. Una pecora che si considera un leone o un mago, vive sotto il potere di Kundalini.
Kundalini  una forza che  stata introdotta negli uomini per mantenerli nel loro stato attuale. Se gli uomini potessero veramente rendersi conto della loro reale situazione, se potessero comprenderne tutto l'orrore, sarebbero incapaci di rimanere tali quali sono, anche per un solo secondo. Comincerebbero subito a cercare una via d'uscita, e la troverebbero molto rapidamente, perch vi  una via d'uscita; ma gli uomini non riescono a vederla, per la semplice ragione che sono ipnotizzati. Kundalini  questa forza che li mantiene in uno stato di ipnosi.
'Svegliarsi' per l'uomo, significa essere 'disipnotizzato'. Ci costituisce la principale difficolt, ma anche la garanzia della sua possibilit di risveglio, perch non esiste una legittimazione organica d'un sonno di tal genere: l'uomo pu svegliarsi.
Teoricamente lo pu, ma praticamente  quasi impossibile, perch non appena un uomo si sveglia per un momento ed apre gli occhi, tutte le forze che lo trattenevano nel sonno iniziano ad agire su di lui con energia decuplicata ed immediatamente si riaddormenta, sognando molto sovente che  sveglio o che sta svegliandosi.
Esistono momenti, nel sonno ordinario, in cui l'uomo vorrebbe svegliarsi, ma non lo pu: egli dice a s stesso che  sveglio ma, in realt, continua a dormire, e questo pu accadere numerose volte prima che realmente si svegli. Nel caso del sonno ordinario, quando un uomo si  svegliato, si trova in uno stato differente; ben diversamente accade nel sonno ipnotico: non vi sono caratteristiche oggettive, o quanto meno non esistono all'inizio del risveglio; l'uomo non pu pizzicarsi per assicurarsi di non essere pi addormentato. E se un uomo, Dio lo preservi, ha inteso parlare qualche volta di segni oggettivi, Kundalini li trasforma immediatamente in immaginazioni e in sogni.
Soltanto un uomo che realizza pienamente le difficolt dello svegliarsi pu comprendere la necessit di compiere un lungo e duro lavoro per svegliarsi.
In generale, che cosa occorre per svegliare un uomo addormentato?
Occorre un buon choc. Ma quando un uomo  profondamente addormentato, un solo shock non basta;  necessario un lungo periodo di shocks incessanti; di conseguenza occorre qualcuno per somministrare questi shocks. Ho gi detto che se un uomo desidera svegliarsi, deve assicurarsi un aiuto che si incaricher di scuoterlo durante un lungo tempo. Ma chi pu ingaggiare, se tutti dormono? Egli incarica qualcuno di svegliarlo, ma pure costui cade addormentato. Un tale aiuto non serve.
L'uomo, poi, realmente capace di tenersi sveglio, rifiuter probabilmente di perdere il suo tempo a risvegliare gli altri: pu avere da fare un lavoro molto pi importante per s stesso.
Vi  anche la possibilit di essere svegliato con dei mezzi meccanici.
Si pu fare uso di una sveglia. Il guaio  che l'uomo si abitua troppo presto a qualsiasi sveglia: semplicemente, non la sente pi. Sono dunque necessarie molte sveglie e con suonerie sempre diverse. L'uomo deve letteralmente circondarsi di sveglie che gli impediscano di dormire.
E anche in questo caso sorgono ancora delle difficolt. Le sveglie devono essere caricate; per caricarle  indispensabile ricordarsene; per ricordarsene occorre svegliarsi sovente. Ma peggio ancora, un uomo si abitua a tutte le sveglie e dopo un certo tempo dorme ancora meglio. 
Di conseguenza le sveglie devono essere costantemente cambiate, e bisogna sempre inventarne di nuove. Col tempo, ci pu aiutare un uomo a svegliarsi. Ora, vi sono poche probabilit che un uomo possa fare tutto questo lavoro di inventare, di ricaricare e di cambiare mezzi per svegliarsi, senza un aiuto esteriore.  molto pi probabile che dopo aver incominciato questo lavoro si riaddormenti e che nel sonno sogni di inventare delle sveglie, di ricaricarle e di cambiarle, mentre invece dorme sempre pi profondamente.
Perci occorre, per svegliarsi, un insieme di sforzi coordinati.  necessario qualcuno che risvegli l'uomo;  necessario qualcuno che svegli colui che ha l'incarico di svegliare;  necessario avere delle sveglie ed  pure necessario inventarne costantemente delle nuove.
Ma per condurre a termine tutto questo ed ottenere dei risultati, un certo numero di persone devono lavorare assieme.
Un uomo solo non pu fare niente.
Innanzitutto, egli ha bisogno di aiuto. Ma un solo uomo non potrebbe contare su un aiuto. Quelli che sono capaci di aiutare valutano il loro tempo ad un prezzo molto alto. E naturalmente preferiscono aiutare venti o trenta persone che desiderano svegliarsi, piuttosto che una sola. Inoltre, come ho gi detto, un uomo pu illudere se stesso riguardo al suo risveglio, prendendo per risveglio ci che  semplicemente un nuovo sonno. Se diverse persone decidono di lottare insieme contro il sonno, esse si sveglieranno l'un l'altra. Potr accadere sovente che venti di loro dormano, ma la ventunesima si sveglier e sveglier tutti gli altri. La stessa cosa accadr con le sveglie. Un uomo ne inventer una, un secondo un'altra, dopo di che potranno scambiarsele. Tutti 
insieme potranno essere gli uni per gli altri di grande aiuto, e senza questo aiuto scambievole nessuno di essi potr arrivare a qualcosa.
Un uomo, dunque, che voglia svegliarsi, deve cercare altre persone che vogliano esse pure svegliarsi, al fine di lavorare con esse. Ci, tuttavia,  pi facile a dirsi che a farsi, perch l'avvio di un lavoro di tal genere e la sua organizzazione richiede una conoscenza che l'uomo ordinario non possiede. Il lavoro deve essere organizzato e deve avere un responsabile. Senza queste due condizioni non pu dare i risultati attesi e tutti gli sforzi sono vani. Le persone potrebbero torturarsi, ma queste torture non le farebbero svegliare. Per certe persone nulla sembra essere pi difficile da comprendere. Di per se stesse e di propria iniziativa possono essere capaci di grandi sforzi e di grandi sacrifici. Ma nulla al mondo le persuader che i loro primi sforzi, i 
loro primi sacrifici devono consistere nell'obbedire ad un altro. E non vogliono ammettere che i loro sforzi e tutti i loro sacrifici saranno perci inutili.
Il lavoro deve essere organizzato. E non pu esserlo che da un uomo che ne conosca i problemi, gli scopi e i metodi, essendo lui stesso passato a suo tempo attraverso un tale lavoro organizzato.
Il lavoro comincia di solito con un piccolo gruppo. Questo gruppo  generalmente in rapporto con tutta una serie di gruppi analoghi di differenti livelli che costituiscono, presi nel loro insieme, ci che pu essere chiamato una 'scuola preparatoria'.
La prima e pi importante caratteristica dei gruppi,  che essi non sono costituiti secondo il desiderio e le preferenze dei membri. I gruppi sono costituiti dal Maestro, il quale seleziona i tipi che, dal punto di vista dei suoi scopi, possono essere utili gli uni agli altri. Nessun lavoro di gruppo  possibile senza un maestro, e il lavoro di gruppo con un cattivo maestro pu produrre soltanto risultati negativi.
La seconda importante caratteristica del lavoro dei gruppi,  che questi possono essere in relazione con qualche scopo, del quale coloro che incominciano il lavoro non hanno la minima idea, e che non pu essere loro spiegato sino a che essi non comprenderanno l'essenza del lavoro, i suoi principi e le idee ad esso connesse. Ma questo scopo verso il quale essi vanno e che servono senza conoscere,  il principio equilibrante necessario al loro proprio lavoro e senza il quale il lavoro stesso non potrebbe esistere. Il primo compito  comprendere questo scopo, cio lo scopo del maestro. Quando questo scopo  stato compreso, sebbene dapprima non pienamente, il loro lavoro diventa pi cosciente, e quindi pu dare risultati migliori. Ma, come ho gi detto, accade sovente che lo scopo del maestro non possa essere spiegato all'inizio.
Il primo scopo di un uomo che comincia il lavoro in un gruppo deve dunque essere lo studio di s. Lo studio di s pu procedere solamente nei gruppi convenientemente organizzati. Un uomo solo non pu vedere se stesso. Ma un certo numero di persone riunite con questo intento si aiuteranno, anche senza volerlo, reciprocamente. Uno dei tratti caratteristici della natura umana  che l'uomo vede pi facilmente i difetti degli altri che i propri. Sulla via dello studio di s, l'uomo apprende nello stesso tempo che anche lui possiede tutti i difetti che trova negli altri. Ora, vi sono molte cose che egli non vede in se stesso, mentre comincia a vederle negli altri. Ma, come ho appena detto, egli ora sa che questi tratti sono anche i suoi. Cos, gli altri membri del gruppo gli servono da specchio nel quale egli vede s stesso. Ma bene inteso, per vedere s stesso nei difetti dei suoi compagni, e non semplicemente 
vedere i loro difetti, deve senza sosta tenersi in guardia ed essere molto sincero con se stesso.
Deve ricordarsi che non  uno; che una parte di s  l'uomo che vuole svegliarsi, e che l'altra, 'Ivanoff', 'Petroff' o 'Zacharoff', non ha il minimo desiderio di 'svegliarsi' e dovr essere svegliata con la forza.
Un gruppo  abitualmente un patto concluso tra gli io di un certo numero di persone per ingaggiare insieme la lotta contro tutti gli 'Ivanoff', 'Petroff' e 'Zacharoff', cio contro le loro 'false personalit'.
Prendiamo 'Petroff'. 'Petroff'  formato da due parti, Io e 'Petroff'.
Ma Io  senza forza davanti a Petroff; Petroff  il padrone. Supponete che vi siano venti persone; venti Io cominciano allora a lottare contro un solo Petroff. Essi possono ora dimostrarsi pi forti di lui. In ogni casa, possono disturbare il suo sonno, impedirgli di dormire cos tranquillamente come prima. E lo scopo  raggiunto. Per di pi, nel lavoro dello studio di s, ciascuno comincia ad accumulare tutto un materiale che risulta dalle osservazioni su s stesso. Venti persone avranno un materiale venti volte maggiore. E ognuna di esse sar in grado di impiegare la totalit di questo materiale, poich lo scambio delle osservazioni  uno degli scopi dell'esistenza dei gruppi.
Ai membri di un gruppo che sta per organizzarsi vengono imposte delle condizioni: condizioni generali per tutti e condizioni speciali per i singoli. Le condizioni generali poste all'inizio del lavoro sono abitualmente di questo tipo: si spiega dapprima a tutti i membri dei gruppi che devono tenere segreto tutto ci che intendono o imparano nel gruppo, e non solamente fino a quando ne sono membri; ma una volta per tutte e per sempre.
 questa una condizione indispensabile il cui principio deve essere assimilato fin dall'inizio. In altre parole, essi devono comprendere che non vi  in questo il minimo tentativo di fare un segreto di ci che non  essenzialmente un segreto, come non si tratta di una deliberata intenzione di privarli del loro diritto di scambiare idee con i loro parenti o amici.
La semplice ragione di questa condizione  il fatto che essi sono incapaci di trasmettere correttamente ci che  detto nei gruppi. Ben presto, per, e per loro esperienza personale, cominciano a valutare quanti sforzi, quanto tempo e quante spiegazioni sono necessarie per arrivare a comprendere ci che  detto nei gruppi. Diventa loro chiaro, da quel momento, che non sono capaci di dare ai loro amici un'idea giusta di ci che essi stessi hanno imparato. Al tempo stesso, cominciano a comprendere che, dando ai loro amici idee false, li privano per sempre di ogni possibilit di avvicinarsi al lavoro o di potervi 
comprendere qualcosa; senza contare che in questo modo creano a loro stessi per l'avvenire ogni sorta di difficolt e molti dispiaceri.
Se un uomo, malgrado questo avvertimento, tenta di trasmettere ai suoi amici ci che ha udito nei gruppi, non tarder a convincersi che tentativi di questo genere danno risultati del tutto inattesi e indesiderabili. O le persone cominciano a discutere con lui e senza volerlo ascoltare si sforzano di imporgli le loro teorie, oppure interpretano male tutto ci che vien detto loro, attribuendo un senso interamente differente a quanto hanno sentito. Allorch un uomo si rende conto di questo e comprende l'inutilit di tali tentativi, comincia a riconoscere la legittimit di questa condizione.
Vi  d'altronde un'altra ragione, non meno importante:  molto difficile per un uomo tenere il silenzio sulle cose che l'interessano.
Vorrebbe parlarne a tutti quelli ai quali, per abitudine, confida i suoi pensieri. Questo  il pi meccanico di tutti i desideri e, in tal caso, il silenzio  la pi difficile forma di digiuno. Al contrario, se un uomo lo comprende o quanto meno segue questa regola, questo sar per lui il migliore esercizio per ricordarsi di s e per lo sviluppo della volont.
Solo l'uomo capace di mantenere il silenzio, quando  necessario, pu essere padrone di s stesso.
Ma per molte persone, specialmente per coloro che sono abituati a considerarsi seri e sensati, o che si ritengono persone silenziose, amanti della solitudine e della riflessione,  molto difficile riconoscere che una delle loro principali caratteristiche  il chiacchierare. E questo  il motivo per cui tale esigenza  particolarmente importante. Se un uomo se ne ricorda e assume l'impegno di conformarvisi, scoprir molti aspetti di s che non aveva mai notato prima.
Si esige inoltre dai membri di un gruppo che dicano al loro maestro tutta la verit.
Anche questo  un punto che deve essere ben compreso. Le persone non realizzano il posto immenso che nella loro vita prende la menzogna, o per lo meno la soppressione della verit. Sono incapaci di essere sinceri sia verso s stessi che verso gli altri. E non comprendono neanche che imparare a essere sinceri quando ci  necessario  una delle cose pi difficili al mondo. Immaginano che dire o non dire la verit, essere o non essere sinceri dipenda da loro. Di conseguenza devono imparare a essere sinceri; imparare ad esserlo, prima di tutto, nei confronti del maestro nel lavoro. Dire una deliberata menzogna al maestro, o essere insinceri con lui, o semplicemente nascondergli qualcosa, rende la loro presenza nel gruppo del tutto inutile, ed  persino peggio di una condotta grossolana e incivile nei suoi confronti o comunque in sua presenza.
Ai membri di un gruppo viene inoltre richiesto di ricordarsi la ragione per la quale sono venuti al gruppo. Ed essi vi sono venuti per imparare e per lavorare su se stessi; per imparare e lavorare non a modo loro, ma come viene loro ordinato di fare. Se, perci, non appena sono nel gruppo, incominciano a sentire o ad esprimere sfiducia verso il maestro, a criticare le sue azioni, a trovare che essi comprendono meglio di lui come il gruppo dovrebbe essere condotto, e soprattutto se dimostrano mancanza di considerazione esteriore verso il maestro, mancanza di rispetto, asprezza, impazienza, tendenza a discutere, tutto ci mette subito fine a ogni possibilit di lavoro, poich il lavoro  possibile nella misura in cui le persone si ricordano di essere venute per imparare e non per insegnare.
Quando un uomo comincia a nutrire sfiducia verso il maestro, il maestro perde ogni utilit per lui ed egli diventa inutile al maestro.
In tal caso  meglio per lui che vada a cercarne un altro o cerchi di lavorare da solo. Ci non gli far alcun bene, ma in ogni caso gli far meno male della menzogna, della soppressione della verit, della resistenza o della sfiducia nei confronti del maestro.
Oltre a queste esigenze fondamentali si presume, naturalmente, che i membri di ogni gruppo debbano lavorare. Se si accontentano di frequentare il gruppo e non lavorano, ma immaginano di lavorare, o se considerano come un lavoro la loro semplice presenza nel gruppo, o anche, come accade sovente, se vengono alle riunioni per passare il tempo, considerando il gruppo come un luogo di incontri piacevoli, allora la loro 'presenza' nel gruppo diventa del tutto inutile. E prima saranno allontanati, o se ne andranno spontaneamente, e meglio sar per loro e per gli altri.
Le fondamentali esigenze enumerate poc'anzi determinano le regole obbligatorie per tutti i membri di un gruppo. In primo luogo queste regole aiutano chiunque voglia realmente lavorare ad evitare tutte quelle cose che potrebbero ostacolarlo o nuocere al suo lavoro, e in secondo luogo esse lo aiutano a ricordarsi di s.
Succede molto spesso, all'inizio del lavoro, che una certa regola non sia gradita ai membri di un gruppo. Ed essi giungono persino a domandare: non possiamo lavorare senza regole? Le regole sembrano una costrizione inutile imposta alla loro libert, o una noiosa formalit; e che queste regole siano loro continuamente ricordate, sembra essere una prova di scontentezza o di malevolenza da parte del maestro.
In realt le regole costituiscono il primo e principale aiuto che essi ricevono dal lavoro.  evidente che le regole non hanno lo scopo di divertire, di procurare soddisfazioni, n di rendere le cose pi facili. Le regole perseguono uno scopo definito: costringerli a comportarsi come si comporterebbero se essi fossero, cio se si ricordassero di loro stessi e comprendessero come devono comportarsi verso le persone che sono al di fuori del lavoro, verso quelle che sono nel lavoro e verso il maestro.
Se potessero ricordarsi di s e potessero comprendere, le regole non sarebbero pi necessarie per loro. Ma all'inizio del lavoro, non sono capaci di ricordarsi di s e non comprendono nulla di tutte queste cose, per cui queste regole sono indispensabili: e le regole non possono mai essere facili, piacevoli o confortevoli. Al contrario, devono essere difficili, spiacevoli e scomode; altrimenti non risponderebbero al loro scopo. Le regole sono le sveglie che destano l'uomo dal sonno. Ma l'uomo che apre gli occhi per un secondo, si indigna quando sente suonare le sveglie e domanda: non ci si pu dunque svegliare senza sveglie?
Oltre a queste regole generali, vengono imposte ad ogni persona certe condizioni particolari; esse sono generalmente in relazione con la sua caratteristica o il suo difetto principale.
Ci richiede qualche spiegazione.
Il carattere di ogni uomo presenta un aspetto che gli  centrale, paragonabile ad un asse attorno al quale ruota tutta la sua 'falsa personalit'. Il lavoro personale di ogni uomo deve essenzialmente consistere in una lotta contro questo difetto principale. Ci spiega perch non vi possono essere regole generali di lavoro, e perch tutti i sistemi che cercano di sviluppare tali regole, o non conducono a niente o fanno del male. Come potrebbero esserci delle regole generali?
Ci che  necessario ad uno  nocivo all'altro. Un uomo parla troppo; deve imparare a tacere. Un altro tace quando dovrebbe parlare e deve imparare a parlare. E cos  per tutto. Le regole generali per il lavoro dei gruppi riguardano tutti. Le direttive personali non possono che essere individuali. Nessun uomo pu scoprire da s stesso il suo tratto o il suo difetto pi caratteristico. Questa  praticamente una legge.
Il maestro deve indicargli il suo difetto principale, e mostrargli come combatterlo. Solo il maestro pu farlo.
Lo studio del 'difetto principale' e la lotta contro questo difetto costituiscono, in un certo modo, il sentiero individuale di ogni uomo, ma lo scopo deve essere il medesimo per tutti. Questo scopo  di realizzare la propria nullit. L'uomo deve arrivare a convincersi, in tutta verit e sincerit, della propria impotenza, della propria nullit; ma solo quando riuscir a sentirla costantemente sar pronto per gli stadi successivi, molto pi difficili, del lavoro.
Tutto ci che  stato detto finora si riferisce a gruppi reali collegati ad un lavoro reale, il quale, a sua volta, si ricollega a ci che abbiamo chiamato la 'quarta via'. Ma vi sono numerose pseudo vie, pseudo gruppi, pseudo lavoro, che non sono altro che imitazione esteriore.
Non si tratta nemmeno di 'magia nera'.
Mi  stato spesso chiesto che cosa sia la 'magia nera', ed ho risposto che non vi  nessuna magia rossa, n verde, n gialla. Vi  meccanicit, cio 'ci che capita', e vi  il 'fare'. 'Fare'  magico, e non vi  che un modo di 'fare'. Non possono esservene due. Ma pu esservi una falsificazione, una imitazione delle apparenze esteriori del 'fare', che non pu dare alcun risultato oggettivo, ma che pu ingannare le persone ingenue e suscitare in esse la fede, l'infatuazione, l'entusiasmo e persino il fanatismo. 
Questo  il motivo per cui, nel vero lavoro, cio nel vero 'fare', non  pi possibile alcuna infatuazione. Ci che definite magia nera  fondato sull'infatuazione e sulla possibilit di giocare sulle debolezze umane. La magia nera non significa, in nessun modo, una magia del male. Vi ho gi detto che nessuno fa mai del male per amore del male o nell'interesse del male. Ognuno fa sempre tutto nell'interesse del bene cos come egli lo comprende. Nello stesso modo,  del tutto erroneo affermare che la magia nera  necessariamente egoista, che nella magia nera l'uomo mira obbligatoriamente ad ottenere dei risultati per se stesso. Niente  pi falso. La magia nera pu essere molto altruista, pu perseguire il bene dell'umanit, pu proporsi di salvare l'umanit da mali reali o immaginari. Ma ci che pu essere chiamato magia nera ha sempre un carattere definito. Questo carattere  la tendenza a servirsi 
delle persone per qualche scopo, anche il migliore, senza che essi lo sappiano o senza che comprendano, sia suscitando in essi la fede e l'infatuazione, sia agendo su di essi con la paura.
Ma a questo riguardo occorre tener presente che un 'mago nero', buono o cattivo che sia, ha dovuto passare attraverso una scuola. Egli ha imparato qualche cosa, ha inteso parlare di qualche cosa, sa qualche cosa; egli  semplicemente un 'uomo educato a met' che  stato allontanato da una scuola, oppure che l'ha lasciata avendo deciso che ne sapeva ormai abbastanza, che si rifiutava di restare pi a lungo sotto la tutela di qualcuno, e che poteva lavorare indipendentemente e anche dirigere il lavoro degli altri. Ogni lavoro di questo genere pu produrre solamente risultati soggettivi, cio non pu che deludere sempre di pi e aumentare il sonno invece di diminuirlo. Si possono nondimeno apprendere certe cose da un mago nero, sebbene in modo sbagliato.
Pu persino capitargli, per caso, di dire la verit.  per questo motivo che io vi dico che vi  ben peggio della 'magia nera'.
Per esempio, tutte le specie di societ 'spiritistiche', 'teosofiche' e altri gruppi 'occultistici'. Non soltanto i loro maestri non sono mai stati in una scuola, ma non hanno nemmeno mai incontrato qualcuno che sia stato in contatto con una scuola. Il loro lavoro non  che scimmiottatura. Ma un lavoro imitativo di questo genere procura una grande soddisfazione. Qualcuno si prende per un 'maestro', gli altri si prendono per 'discepoli' e tutti sono contenti. Nessuna realizzazione della propria nullit pu essere ottenuta in questo modo; e se qualcuno afferma di aver raggiunto questo risultato, non fa che illudere e ingannare s stesso, quando non si tratti di pura menzogna. Al contrario, anzich realizzare la propria nullit i membri di queste societ realizzano la loro propria importanza e accrescono la loro falsa personalit.
All'inizio, non vi  nulla di pi difficile che il verificare se il lavoro  giusto o falso, se le direttive ricevute sono corrette o sbagliate. La parte teorica del lavoro pu essere in questo caso utile, perch permette ad un uomo di giudicare pi facilmente questo aspetto del lavoro. Egli sa ci che conosce e ci che ignora. Egli sa ci che pu essere o non essere imparato con mezzi ordinari. E se impara qualcosa di nuovo, qualcosa che non pu essere imparato in modo ordinario, a partire dai libri o seguendo dei corsi, tutto ci  fino a un certo punto una garanzia che l'altro aspetto, quello pratico, pu anche essere giusto.
Ma ci  naturalmente ben lontano dall'essere una garanzia sufficiente, perch anche in tal caso sono possibili degli errori. Tutte le societ, tutti i circoli occultistici o spiritualistici affermano di possedere un insegnamento nuovo. E vi  gente disposta a crederlo.
In gruppi correttamente organizzati non si richiede alcun atto di fede, si domanda solo un po' di fiducia e per di pi per poco tempo; poich pi presto un uomo comincer a percepire in s stesso la verit di ci che viene detto, tanto meglio sar per lui.
La lotta contro il 'falso Io', contro la caratteristica o il difetto principale  la parte pi importante del lavoro, ma questa lotta deve tradursi in atti, non in parole. A questo scopo il maestro da ad ognuno dei compiti ben definiti che richiedono, per essere condotti a buon fine, la vittoria sul proprio aspetto caratteristico. Allorch un uomo impegna s stesso nell'adempimento di questi compiti, egli lotta con s stesso, lavora su s stesso. Se evita i compiti, se si sottrae al loro adempimento, questo significa sia che non vuol lavorare, sia che non lo pu.
Di regola, il maestro non da all'inizio che compiti molto facili, che non si possono neppure chiamare compiti, e non ne parla che velatamente: li suggerisce piuttosto che darli; se vede che  compreso e che i compiti sono eseguiti, passa in seguito a compiti pi difficili.
I compiti pi difficili, bench siano difficili solo soggettivamente, sono chiamati 'barriere'. Una vera e propria barriera ha la particolare caratteristica di non permettere mai pi all'uomo che  riuscito a superarla di ritornare alla sua vita ordinaria, al sonno ordinario. E se, dopo aver passato la prima barriera, egli ha paura di quelle che seguono e non va oltre, si arresta tra due barriere e non pu pi, oramai, n avanzare n indietreggiare. Nulla di peggiore potrebbe accadere ad un uomo. Per tale ragione il maestro  abitualmente molto prudente nella scelta dei compiti e delle barriere, in altri termini, non corre il rischio di dare compiti definiti, che esigano la conquista di barriere interiori, se non a coloro che si siano dimostrati sufficientemente forti su barriere meno importanti.
Accade spesso che, arrestatesi di fronte a qualche barriera, in genere la pi piccola e la pi semplice, le persone si rivoltino contro il lavoro, contro il maestro e contro gli altri membri del gruppo, e che li accusino proprio di quello che  stato messo in evidenza su loro.
In seguito, talvolta, si pentono e biasimano s stessi, ma subito dopo tornano ad accusare gli altri, poi si pentono nuovamente e cos via. Non vi  nulla che riveli un uomo quanto la sua attitudine verso il lavoro e verso il maestro dopo che li ha lasciati. A volte prove di questo genere sono organizzate intenzionalmente. Un uomo  posto in una situazione tale per cui  obbligato ad andarsene, cosa perfettamente legittima, dal momento che ha un reale motivo di lagnarsi, sia contro il maestro, che contro qualche altra persona. Dopo di che si continua ad osservarlo per vedere come si comporter. Un uomo decente si comporter decentemente anche se pensa di essere stato vittima di una ingiustizia o di un errore. Ma molte persone mostrano, in tali circostanze, un lato della loro natura che, diversamente, sarebbe sempre rimasto nascosto.  questo un mezzo talvolta indispensabile per far emergere la natura di un uomo. Fin tanto che siete buoni verso un uomo, egli  buono verso di voi. Ma se lo 'grattate' un po' cosa troverete?
Questo per non  l'essenziale; essenziale  la sua attitudine personale, il suo apprezzamento delle idee che riceve o ha ricevuto, e il fatto che egli conservi tale apprezzamento o lo perda. Un uomo pu immaginare per lungo tempo in tutta sincerit di voler lavorare e anche fare grandi sforzi, poi egli pu sbarazzarsi di tutto e persino rivolgersi definitivamente contro il lavoro; allora si giustifica, inventa diverse contraffazioni, falsa deliberatamente il senso di tutto ci che ha inteso, e cos via. 
Che cosa gli capita?, domand uno degli ascoltatori. 
Niente, rispose G., e che cosa potrebbe capitargli? Egli  il suo proprio castigo. Quale castigo potrebbe essere peggiore?
 impossibile dare una descrizione completa del lavoro di un gruppo, continu G. Tutto ci deve essere vissuto. Io non posso che fare allusione a cose il cui vero senso sar rivelato solamente a quelli che lavoreranno, che impareranno per esperienza il significato delle 'barriere' e quali difficolt esse presentino.
Parlando in generale, si pu dire che la conquista della menzogna  la barriera pi difficile. L'uomo mente in modo tale e cos costantemente a s stesso e agli altri, che cessa di rendersene conto. Nondimeno, la menzogna deve essere conquistata, vinta. Il primo sforzo dell'allievo consiste nel vincere la menzogna nei confronti del maestro. Egli deve decidere di dirgli la verit o cessare ogni lavoro.
Dovete comprendere che il maestro prende su di s un compito molto difficile: la pulizia e la riparazione delle macchine umane. Naturalmente egli accetta solamente quelle macchine che  in suo potere riparare. Se un pezzo essenziale  rotto oppure non  pi in grado di funzionare nella macchina, allora egli rifiuta di occuparsene. Tuttavia certe macchine, che potrebbero ancora essere riparate, si pongono in una situazione disperata non appena cominciano a dire delle menzogne.
Una menzogna al maestro, anche insignificante, una qualunque dissimulazione come quella di nascondergli ci che qualcun altro ha raccomandato di tenere segreto, o ci che l'allievo stesso ha detto ad un altro, mettono subito fine al suo lavoro, soprattutto se prima ha fatto realmente degli sforzi.
Vi  poi qualcosa che non dovete mai dimenticare: ogni sforzo fatto dall'allievo comporter una maggiore esigenza nei suoi riguardi.
Finch non avr fatto alcuno sforzo su di s, gli si chieder molto poco, ma con l'aumentare degli sforzi aumenter anche il peso delle esigenze.
Quanti pi sforzi compie un uomo, tanto pi gli verr richiesto.
A questo punto, gli allievi commettono molto sovente un errore comune, a tutti. Pensano che i loro sforzi e i loro meriti precedenti diano loro per cos dire dei privilegi, diminuiscano ci che si  in diritto di esigere da essi, e costituiscano in qualche modo una scusa nel caso in cui non lavorassero o commettessero in seguito degli sbagli.
Questo naturalmente  l'errore pi grave. Niente di tutto quello che l'uomo ha fatto ieri potrebbe servirgli di scusa oggi. Al contrario, se un uomo non ha fatto niente ieri, non gli si pu domandare nulla oggi; se ha fatto qualcosa ieri, significa che pu fare qualcosa di pi oggi.
Questo non significa certamente che sia meglio non fare nulla. Colui che non fa nulla, non riceve nulla.
Come ho gi detto, una delle prime esigenze  la sincerit; ma vi sono differenti specie di sincerit. Vi  la sincerit intelligente e vi  la sincerit stupida, esattamente come vi  la dissimulazione intelligente e quella stupida. La sincerit stupida e la dissimulazione stupida sono egualmente meccaniche. Ma se un uomo vuole imparare a diventare intelligentemente sincero, deve essere sincero prima di tutto con il suo maestro e con quelli che nel lavoro sono pi anziani di lui.
Questa sar la 'sincerit intelligente'. Tuttavia occorre notare che la sincerit non deve diventare 'mancanza di considerazione'. La mancanza di considerazione verso il maestro o verso coloro che sono stati da lui indicati come i suoi sostituti, distrugge ogni possibilit di lavoro.
Se un uomo vuole imparare a dissimulare intelligentemente, dovr dissimulare a proposito del lavoro, imparare a tacere quando deve tacere, cio quando si trova con persone che sono al di fuori del lavoro e che non sono capaci n di comprenderlo, n di apprezzarlo. Ma la sincerit nel gruppo  una esigenza assoluta; infatti, se un uomo continua a mentire nel gruppo nello stesso modo in cui mente a se stesso e agli altri nella vita, non imparer mai a distinguere la verit dalla menzogna.
Sovente, la seconda barriera  la conquista della paura. L'uomo ordinario ha numerose paure inutili, immaginarie. Menzogne e paure, questa  l'atmosfera in cui vive. E la conquista della paura non  meno individuale della conquista della menzogna. Ogni uomo ha le sue particolari paure, paure che non appartengono che a lui. Occorre che le scopra e che poi le distrugga. Le paure delle quali parlo sono abitualmente legate alle menzogne nelle quali l'uomo vive. Dovete comprendere che queste paure non hanno niente in comune con la paura dei ragni, dei topi, del buio, o con le paure nervose inesplicabili.
La lotta contro la menzogna in se stessa e la lotta contro le paure, costituiscono il primo lavoro positivo che un uomo deve fare.
Occorre convincersi in generale che gli sforzi positivi e persino i sacrifici che si fanno nel lavoro non giustificano e non scusano gli errori che possono seguire. Al contrario, ci che  perdonabile in un uomo che non ha mai fatto sforzi e che non ha mai sacrificato nulla,  imperdonabile per un altro che ha gi fatto grandi sacrifici.
Ci sembra ingiusto, ma occorre comprendere questa legge. Esiste un conto aperto, in un certo modo, per ogni uomo. I suoi sforzi e i suoi sacrifici sono registrati su di una pagina del Gran Libro e i suoi errori e le sue malefatte sull'altra. Ci che  scritto sul lato positivo non pu mai riscattare ci che  scritto sul lato negativo.
Ci che  registrato sul lato negativo pu essere solamente cancellato dalla verit, cio da una confessione fervida e totale a se stesso e agli altri, e soprattutto al maestro. Se un uomo vede il suo errore, ma continua a cercarsi delle giustificazioni, questo errore, anche se piccolo, pu distruggere il risultato di interi anni di lavoro e di sforzi. Nel lavoro, di conseguenza  sovente preferibile ammettere la propria colpevolezza anche quando non si  colpevoli. Ma anche questa  una questione delicata e bisogna guardarsi da ogni esagerazione; altrimenti il risultato sar ancora la menzogna, una menzogna ispirata dalla paura.
In un'altra occasione, parlando dei gruppi, G. disse: Non pensate che si possa immediatamente formare un gruppo.  una cosa troppo grande. Un gruppo si costituisce per un lavoro ben coordinato, per uno scopo ben definito. Occorrerebbe che io potessi aver fiducia in voi per questo lavoro e che voi poteste aver fiducia sia in me, sia gli uni verso gli altri. Allora questo sarebbe un gruppo. Fino a quando vi  un lavoro generale, non pu trattarsi che di un 
lavoro preparatorio. Noi dobbiamo prepararci per diventare un giorno un vero gruppo. Ma non  possibile prepararci se non tentando di imitare un gruppo tale quale dovrebbe essere; imitandolo interiormente beninteso, e non esteriormente.
Che cosa  necessario per questo? Prima di tutto dovete comprendere che in un gruppo tutti sono responsabili gli uni verso gli altri.
L'errore di uno solo  considerato come l'errore di tutti. Questa  la legge. E questa legge  ben fondata, perch, come vedrete pi tardi, ci che  acquisito da uno solo,  acquisito da tutti nello stesso istante.
La regola della responsabilit comune deve essere sempre tenuta presente. Essa ha ancora un altro aspetto. I membri di un gruppo non sono soltanto responsabili degli errori degli altri, ma anche delle loro sconfitte. Il successo di uno di essi  il successo di tutti; la sconfitta di uno di essi  la sconfitta di tutti. Un grande errore commesso da uno di essi, come ad esempio la violazione di una regola fondamentale, conduce inevitabilmente alla dissoluzione dell'intero gruppo. 
Un gruppo deve lavorare come una macchina. Ma le parti della macchina devono conoscersi tra loro ed aiutarsi a vicenda. In un gruppo non possono esservi interessi personali che si oppongano agli interessi degli altri o agli interessi del lavoro, e non possono esservi simpatie o antipatie personali che impediscano il lavoro. Tutti i membri di un gruppo sono amici e fratelli, ma se uno di essi se ne va, e soprattutto se  rinviato dal maestro, cessa di essere un amico e un fratello e diventa immediatamente un estraneo,  come un membro tagliato.
Questa legge pu sovente mostrarsi molto dura, nondimeno  indispensabile.
Supponiamo che due amici di lunga data entrino insieme in un gruppo; in seguito, uno di essi se ne v. L'altro, da quel momento, non ha pi il diritto di parlargli del lavoro del gruppo. Colui che se ne  andato sente questo silenzio come una offesa incomprensibile, ed essi bisticciano. Allo scopo di evitare tutto ci, quando si tratta di relazioni come: marito e moglie, madre e figlia e cos di seguito, noi li contiamo come uno; vale a dire marito e moglie sono contati come un solo membro del gruppo. Per cui se uno di essi non pu continuare a lavorare e se ne va, l'altro  considerato come colpevole e deve anche egli andarsene. 
In pi, dovete ricordarvi che non posso aiutarvi che nella misura in cui voi mi aiutate. E il vostro aiuto, soprattutto all'inizio vi verr attribuito non secondo i suoi risultati effettivi, che saranno quasi certamente nulli, ma secondo il numero e l'importanza dei vostri sforzi.
Dopo di che G. era passato ai compiti individuali e alla definizione dei nostri 'aspetti caratteristici'. Egli ci aveva dato alcuni compiti ben definiti, con i quali il lavoro del nostro gruppo cominci.
Pi tardi, nel 1917, allorch noi eravamo nel Caucaso, G. aggiunse parecchie osservazioni interessanti sui principi generali della formazione dei gruppi.
Ritengo di doverli annotare qui.
Voi prendete tutto in modo troppo teorico, ci disse. Dovreste a questo punto saperne di pi. L'esistenza dei gruppi in se stessa non comporta vantaggi particolari e non vi  alcun merito a far parte di un gruppo. Il vantaggio o l'utilit dei gruppi dipende dai loro risultati.
Il lavoro di ogni uomo pu procedere secondo tre direzioni. Egli pu essere utile al lavoro. Egli pu essere utile a me stesso. Ed egli pu essere utile a se stesso. Naturalmente l'ideale sarebbe che il lavoro di un uomo produca dei risultati in tutte e tre le direzioni. Ma se una di esse manca, le altre due possono sussistere. Per esempio, se un uomo mi  utile, per questo semplice fatto  ugualmente utile al lavoro.
Oppure se egli  utile al lavoro, per questo stesso fatto, mi  ugualmente utile. Ma se un uomo  utile al lavoro e utile a me, ma non  capace di essere utile a se stesso, la situazione in cui si trova  delle peggiori, perch non potrebbe durare a lungo. In effetti, se egli non prende niente per se stesso e se non cambia, se rimane tale e quale era prima, allora il fatto di essere stato per caso utile durante un certo tempo non  portato a suo credito, e, ci che  pi importante, egli cessa ben presto di essere utile. Il lavoro cresce e cambia. Se un uomo non cresce egli stesso o non cambia, perde il contatto con il lavoro. Il lavoro lo lascia dietro di s ed il fatto stesso che egli sia stato utile pu da quel momento cominciare ad essere nocivo.
Durante l'estate del 1916 ritornai a Pietroburgo.
Poco dopo che il nostro gruppo, o il nostro 'gruppo preparatorio', era stato formato, G. ci parl degli sforzi corrispondenti ai compiti che ci aveva dato.
Dovete comprendere, disse, che gli sforzi ordinari non contano.
Solo i super sforzi contano. E cos sempre e per tutto. Per coloro che non vogliono fare 'super sforzi', la cosa migliore  che abbandonino tutto e prendano cura della loro salute.
I super sforzi non rischiano di essere dannosi?, domand uno degli uditori, abitualmente preoccupato della propria salute.
Naturalmente possono esserlo, disse G., ma  preferibile morire facendo degli sforzi per svegliarsi che vivere nel sonno. Ecco una ragione. D'altronde, non  poi cos facile morire per degli sforzi eccessivi. Abbiamo molta pi forza di quanto non pensiamo. Ma non ne facciamo mai uso. Occorre comprendere, a questo riguardo, un aspetto della organizzazione della macchina umana.
Un certo tipo di accumulatore ha una parte molto importante nella macchina umana. Vi sono due piccoli accumulatori a fianco di ogni centro, e ognuno di essi contiene la sostanza particolare necessaria al lavoro di quel centro.
Nell'organismo vi  inoltre un grande accumulatore, che alimenta i piccoli. I piccoli accumulatori sono collegati fra di loro, e ognuno di essi  collegato al centro pi vicino, come pure al grande accumulatore.
G. disegn il diagramma generale della macchina umana, indic la posizione dei grandi e dei piccoli accumulatori, e i loro collegamenti.
Gli accumulatori lavorano nel modo seguente, disse. Immaginiamo un uomo che sta lavorando: egli legge, per esempio, un libro difficile e si sforza di comprenderlo; in questo caso, numerosi 'rulli discografici' girano nell'apparecchio intellettuale localizzato nella testa. Oppure supponiamo che stia scalando una montagna, e venga a poco a poco pervaso dalla fatica; in questo caso, sono i 'rulli' del centro motore che girano.
Il centro intellettuale, nel nostro primo esempio, e il centro motore nel secondo, attingono dai piccoli accumulatori l'energia necessaria al lavoro. Quando un accumulatore  quasi vuoto, l'uomo si sente affaticato. Egli vorrebbe fermarsi, sedersi se sta camminando, pensare a qualche cosa d'altro se sta risolvendo un problema difficile. Ma, inaspettatamente, sente un afflusso di energia, ed  nuovamente in grado di camminare o di lavorare. Ci significa che il centro affaticato si  collegato al secondo accumulatore, dal quale trae nuova energia.
Nel frattempo, il primo accumulatore si ricarica, assorbendo energia dal grande accumulatore. Il lavoro del centro riprende e l'uomo continua a camminare o a lavorare. Talvolta, per far s che avvenga questo collegamento,  necessario un breve riposo. Talvolta occorre uno shock o uno sforzo. In entrambi i casi, il lavoro riprende. Ma, dopo un certo tempo, La riserva di energia del secondo accumulatore si esaurisce anch'essa. Allora l'uomo si sente nuovamente affaticato.
Ancora uno shock esteriore, o un istante di riposo, o una sigaretta, o uno sforzo, e il contatto con il primo accumulatore  stabilito.
Pu facilmente accadere per che il centro abbia esaurito l'energia del secondo accumulatore cos rapidamente che il primo non ha avuto il tempo di riempirsi a spese del grande accumulatore, e che abbia preso solamente la met dell'energia che poteva contenere; esso  pieno soltanto a met.
Essendosi messo in collegamento con il primo accumulatore, il centro comincia ad attingere energia, mentre il secondo si collega con il grande accumulatore, per ricaricarsi a sua volta di energia. Ma questa volta, il primo accumulatore non essendo pieno che a met, il centro esaurisce molto presto la sua energia e durante questo tempo il secondo non  riuscito a riempirsi che di un quarto. Il centro si mette in collegamento con esso, lo svuota rapidamente di tutta l'energia e nuovamente si ricollega con il primo accumulatore, e cos di seguito.
Dopo un certo tempo, l'organismo  messo in tale stato, che n l'uno n l'altro dei piccoli accumulatori hanno una goccia di energia di riserva.
Questa volta, l'uomo si sente realmente affaticato. Non si regge pi sulle gambe, casca dal sonno, oppure l'organismo reagisce pi morbosamente, con mali di capo, palpitazioni, ecc. ecc. L'uomo si sente male.
Poi, improvvisamente, dopo essersi riposato un po', oppure in seguito ad uno shock o ad uno sforzo, ecco un nuovo flusso di energia, e l'uomo  ancora una volta in grado di pensare, di camminare e di lavorare.
Questo significa che il centro  ora in collegamento diretto con il grande accumulatore. L'energia in esso contenuta  enorme. Un uomo messo in collegamento con il grande accumulatore  capace di compiere veri e propri miracoli. Ma, naturalmente, se i rulli continuano a girare e se l'energia tratta dagli alimenti, dall'aria e dalle impressioni continua ad essere consumata pi in fretta di quanto non sia ricostituita, allora viene un momento in cui lo stesso grande accumulatore  vuotato di tutta la sua energia, e l'organismo muore. Ci accade per molto raramente.
Di solito, l'organismo reagisce molto prima, cessando automaticamente di funzionare. Perch l'organismo muoia di spossatezza occorrono condizioni speciali.
Nelle condizioni ordinarie, l'uomo cadr addormentato, sverr, oppure si svilupper in lui qualche complicazione interna che impedir al suo organismo di continuare a svuotarsi, molto tempo prima del pericolo reale. 
Non vi  perci ragione di aver paura degli sforzi; il pericolo di morire in conseguenza di essi, praticamente non esiste.  molto pi facile morire di inazione, di pigrizia o per paura di fare degli sforzi.
Il nostro scopo consister dunque nell'imparare a stabilire dei collegamenti tra questo o quel centro col grande accumulatore. Fino a quando non ne saremo capaci, falliremo in ogni nostra impresa, perch cadremo addormentati prima che i nostri sforzi possano produrre il minimo risultato.
I piccoli accumulatori sono sufficienti per il lavoro ordinario, quotidiano, della vita. Ma per il lavoro su di s, per la crescita interiore, e per gli sforzi che si esigono da ogni uomo che si impegna nella via, l'energia di questi piccoli accumulatori non  sufficiente.
Dobbiamo imparare ad attingere l'energia direttamente dal grande accumulatore.
Tuttavia, questo non  possibile senza l'aiuto del centro emozionale.
 essenziale comprenderlo. Il contatto con il grande accumulatore pu solo stabilirsi per mezzo del centro emozionale. Di per s stessi, i centri istintivo, motore ed intellettuale non possono trarre alimento che dai piccoli accumulatori.
Questo  precisamente ci che le persone non comprendono.
Eppure, il loro scopo dovrebbe essere lo sviluppo dell'attivit del centro emozionale. Il centro emozionale  un apparecchio molto pi sottile del centro intellettuale, particolarmente se prendiamo in considerazione che, di tutte le parti del centro intellettuale, la sola che lavora  l'apparecchio formatore, e che molte cose restano per lui assolutamente impossibili. Se un uomo vuoi sapere e comprendere pi di quello che sa e comprende oggi, deve ricordarsi che questo nuovo sapere e questa nuova comprensione gli verranno per mezzo del centro emozionale, e non per mezzo del centro intellettuale.
In aggiunta a tutto quello che aveva detto sugli accumulatori, G. fece un'osservazione molto importante a proposito dello sbadiglio e del riso.
Due funzioni del nostro organismo restano incomprensibili e inesplicabili dal punto di vista scientifico, disse, bench la scienza, naturalmente, non ammetta la propria incapacit di dare una spiegazione: lo sbadiglio ed il riso. N l'uno n l'altro possono essere compresi e spiegati correttamente, se si ignora tutto degli accumulatori e del loro ruolo nell'organismo.
Avete osservato che sbadigliate quando siete stanchi. Questo  particolarmente evidente in montagna, quando un uomo che non ne ha l'abitudine fa una ascensione: egli sbadiglia pressoch di continuo. Sbadigliare significa caricare d'energia i piccoli accumulatori. Quando essi si svuotano troppo rapidamente, in altri termini quando uno di essi non ha tempo di riempirsi mentre l'altro si svuota, lo sbadiglio diviene pressoch continuo. Esistono condizioni che possono condurre all'arresto del cuore, allorch un uomo vuole sbadigliare, ma non lo pu; ve ne sono altre in cui la funzione dello sbadiglio non  normale, e allora un uomo pu sbadigliare senza interruzione, in pura perdita, cio senza poterne trarre alcuna energia.
Lo studio e l'osservazione dello sbadiglio fatti da questo punto di vista possono rivelare molte cose nuove ed interessanti.
Anche il riso  in rapporto diretto con gli accumulatori, ma il riso  la funzione opposta allo sbadiglio.. Il riso non pu introdurre energia in noi, al contrario ne espelle, liberandoci cos dall'energia superflua che si trova immagazzinata negli accumulatori. Il riso non esiste in tutti i centri, ma soltanto per quelli divisi in due met: positiva e negativa.
Non ho ancora parlato di questo aspetto nei particolari; lo far quando giungeremo ad uno studio pi approfondito dei centri.
Per il momento prenderemo in considerazione solamente il centro intellettuale. Certe impressioni possono cadere contemporaneamente sulle due met del centro, e suscitare nello stesso istante un 's' e un 'no' ben definiti. Questa simultaneit del 's' e del 'no' provoca nel centro intellettuale una specie di convulsione, e poich esso e incapace di armonizzare e di digerire queste due impressioni opposte di uno stesso fatto, il centro comincia a espellere, sotto forma di riso, l'energia che affluisce in lui dall'accumulatore sul quale si trova innestato.
In altri casi capita che nell'accumulatore si sia immagazzinata molta pi energia di quanta il centro ne possa spendere. Allora ogni impressione, anche la pi ordinaria, pu essere percepita come duplice; essa pu cadere simultaneamente sulle due met del centro e provocare il riso, cio liberare energia.
Io vi do qui, comprendetelo, solamente una traccia. Dovete ricordare che lo sbadiglio e il riso sono entrambi molto contagiosi. Ci dimostra che sono essenzialmente funzioni dei centri istintivo e motore.
Perch il riso  cos piacevole?, domand qualcuno.
Perch il riso ci libera di un'energia superflua che, se rimanesse inutilizzata, potrebbe diventare negativa, cio tossica. Abbiamo in noi una forte dose di questa sostanza tossica. Il riso ne  l'antidoto. Ma questo antidoto  necessario solo finch saremo incapaci di impiegare tutta la nostra energia ad un lavoro utile.  stato detto del Cristo che non rideva mai. Ed effettivamente non troverete nei Vangeli una sola allusione al fatto che il Cristo abbia mai riso. Ma vi sono differenti modi di non ridere. Taluni non ridono mai perch sono completamente sommersi dalle loro emozioni negative, dalla loro malvagit, 
paura, odio, diffidenza. Altri non ridono perch non possono avere emozioni negative. Comprendete bene questo: nei centri superiori il riso non pu esistere, perch nei centri superiori non vi  divisione, non vi  's' e 'no'. 
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CAPITOLO DODICESIMO.
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A quel tempo, eravamo nell'agosto 1916, il lavoro dei nostri gruppi cominciava ad assumere forme nuove e pi intense. G. passava la maggior parte del suo tempo a Pietroburgo, non andava pi a Mosca che per qualche giorno, da dove ritornava il pi delle volte con due o tre dei suoi allievi. Le nostre riunioni e le nostre conversazioni di allora avevano perso ogni carattere convenzionale; ci conoscevamo meglio, e, bench vi fosse qualche piccolo attrito, formavamo nell'insieme un gruppo compatto, unito dalle nuove idee che ci erano state insegnate e dalle nuove possibilit di sapere e di conoscenza di s che si erano 
aperte davanti a noi.
Eravamo allora circa una trentina. Ci incontravamo quasi tutte le sere. Molte volte, non appena arrivato da Mosca, G. decideva di fare delle escursioni in campagna con numerosi partecipanti e dei pic-nic in cui mangiavamo il chachlik, il montone arrostito all'uso caucasico, che ci facevano uscire completamente 
dall'atmosfera di Pietroburgo. In particolare ho conservato il ricordo di una lunga camminata a Ostrovki, a monte del fiume Neva, poich quel giorno compresi improvvisamente la ragione per cui G. organizzava queste gite di piacere, apparentemente senza scopo. Compresi che egli ci osservava continuamente e che molti di noi mostravano, in tali occasioni, aspetti di s stessi completamente nuovi, che non sarebbero mai apparsi durante le riunioni di Pietroburgo.
I miei rapporti con gli allievi moscoviti di G. erano a quell'epoca, del tutto diversi da quelli del mio primo incontro nella primavera dell'anno precedente. Adesso non mi sembravano pi degli esseri artificiali, che recitassero una parte imparata a memoria. Al contrario, attendevo sempre ardentemente il loro arrivo. Tentavo di scoprire in cosa consistesse il lavoro che essi facevano a Mosca e ci che G. aveva detto loro di nuovo. E cos imparai da loro molte cose che mi furono pi tardi utilissime nel mio lavoro. D'altronde questi nuovi incontri, lo vidi ben presto, avevano luogo nell'ambito dello sviluppo di un piano stabilito da G. Il nostro compito non consisteva soltanto nellimparare da lui, ma anche nellimparare gli uni dagli altri.
Cos i gruppi di G. mi apparvero paragonabili alle 'scuole' dei pittori del Medio Evo, dove gli allievi vivevano col loro maestro e mentre imparavano da lui imparavano anche l'uno dall'altro. Allo stesso tempo comprendevo perch gli allievi di G. non avevano potuto rispondere alle questioni che avevo posto al nostro primo incontro. Mi rendevo conto di, quanto ingenue fossero state le mie domande: Su che cosa si basa il vostro lavoro su voi stessi? Qual  la dottrina che studiate? Qual  l'origine di questo insegnamento?, ecc. ecc... 
Adesso capivo che queste domande non potevano avere risposta.
Occorre imparare per cominciare a capire questo. A quel tempo, cio poco pi di un anno prima, pensavo di avere tutte le ragioni di porre tali domande, proprio come lo pensavano tuttora quelli che venivano da noi, che cominciavano sempre col porci questioni di questo genere.
Si stupivano che non vi rispondessimo, e da quel momento, come avevamo gi potuto notare, ci guardavano come individui artificiosi che recitavano una parte imparata.
I nuovi venuti per comparivano soltanto alle grandi riunioni, alle quali G. prendeva parte. I gruppi degli anziani si riunivano sempre, a quell'epoca, separatamente. E il motivo era chiaro. Noi stavamo gi iniziando a perdere un po' della nostra sicurezza, di quella ripresa di sapere tutto, inevitabile per le persone che si avvicinano al lavoro per la prima volta; proprio per questo potevamo ora comprendere G. meglio che nel passato.
In queste grandi riunioni, era molto interessante per noi constatare che i nuovi venuti ponevano esattamente le stesse questioni che noi ponevamo all'inizio; le cose che sfuggivano alla loro comprensione erano le stesse che anche noi eravamo stati incapaci di comprendere, e che ora ci sembravano cos semplici ed elementari. Questi incontri ci lasciavano una certa soddisfazione di noi stessi.
Quando eravamo di nuovo soli con G., egli sovente distruggeva con una sola parola tutto ci che avevamo immaginato su di noi; ci obbligava a vedere che in realt non sapevamo, n comprendevamo ancora nulla, n su di noi, n sugli altri.
Tutta la difficolt deriva dalla vostra certezza di essere sempre identici a voi stessi, egli diceva. Ma io ho di voi una visione ben differente. Per esempio, vedo che oggi  venuto qui un Ouspensky, mentre ieri si trattava di un altro Ouspensky. Per quanto concerne il dottore, con il quale parlavo qui seduto prima del vostro arrivo, egli era una certa persona. Poi siete venuti voi e mi  capitato di dargli uno sguardo: era gi un altro. Quello che avevo visto quando mi trovavo solo con lui, voi lo vedete molto di rado.
Rendetevi conto, disse G. a questo proposito, che ogni uomo ha un repertorio definito di ruoli che recita nelle circostanze ordinarie.
Egli ha una parte per ogni genere di circostanze in cui si trova abitualmente; ma se lo mettete in circostanze leggermente differenti, sar incapace di trovare una parte che si addice alla situazione, e per un breve istante egli diverr s stesso. Lo studio delle parti che ciascuno recita  un aspetto indispensabile della conoscenza di s. Il repertorio di ogni uomo  estremamente limitato. Se un uomo dice semplicemente 'io' e 'Ivan Ivanovitch' non vedr s stesso nel suo insieme, perch nemmeno 'Ivan Ivanovitch'  uno solo; ognuno ne ha almeno cinque o sei: uno o due per la famiglia, uno o due per l'ufficio (uno per i superiori e uno per i dipendenti), uno per gli amici al ristorante, e forse un altro, per le conversazioni intellettuali su dei soggetti sublimi.
Secondo i momenti, un uomo  completamente identificato con l'uno o con l'altro di questi personaggi; ed  incapace di separarsene. Vedere i propri ruoli, conoscere il proprio repertorio e soprattutto rendersi conto della sua limitatezza  gi sapere molto. Ma il punto essenziale  che l'uomo al di fuori del suo repertorio, cio non appena qualche cosa lo fa uscire dalla sua routine, non fosse che per un solo momento, si sente terribilmente a disagio, e fa di tutto per ritornare al pi presto all'una o all'altra delle parti abituali.
Ricade cos nelle sue abitudini e immediatamente tutto riprende per lui a scorrere senza urti; ogni sentimento di difficolt e di tensione scompare. Accade sempre cos nella vita. Ma nel lavoro, per osservare s stessi,  necessario assolutamente accettare questa difficolt e questa tensione, e non pi temere 
questi stati di disagio e di impotenza. Soltanto attraverso essi un uomo pu realmente imparare a vedersi. Ed  facile comprenderne la ragione. Ogni qualvolta un uomo non recita una delle sue parti abituali e non pu trovare nel suo repertorio il ruolo che conviene ad una data situazione, si sente come spogliato. Ha freddo, ha vergogna, vorrebbe fuggire affinch nessuno lo veda. Tuttavia sorge la questione: che cosa vuole? Una vita tranquilla o lavorare su se stesso? Se vuole una vita tranquilla, innanzi tutto non deve mai uscire dal suo repertorio. Nei suoi ruoli abituali si sente a suo agio e in pace. Ma se vuole lavorare su se stesso, deve distruggere la sua pace: il lavoro e la pace sono incompatibili.
L'uomo deve fare una scelta, ma senza ingannare se stesso come spesso accade. A parole sceglie il lavoro, ma in realt non vuole perdere la sua pace. Il risultato  che sta seduto tra due sedie. Di tutte le posizioni, questa  la pi scomoda. L'uomo non fa alcun lavoro e neppure ha una certa comodit.
Purtroppo gli  difficilissimo mandare tutto al diavolo e cominciare un lavoro reale. Ma perch  cos difficile? Prima di tutto perch la sua vita  troppo facile. Anche se egli la considera difficile, vi  abituato; e in fondo che essa sia dura non ha pi importanza poich egli la conosce. Ma qui vi  qualche 
cosa di nuovo e sconosciuto, da cui non sa nemmeno se potr ricavare o no un risultato.
E inoltre, cosa pi difficile ancora, deve necessariamente obbedire a qualcuno, sottomettersi alla volont di un altro. Se un uomo potesse inventare, per se stesso, delle difficolt e dei sacrifici potrebbe, talvolta, andare molto lontano. Ma in realt ci non  possibile.  indispensabile obbedire a un altro uomo e seguire una direzione generale di lavoro, il cui controllo non pu appartenere che ad uno solo. Niente potrebbe essere pi difficile di questa subordinazione, per un uomo che si ritiene capace di decidere ogni cosa, di fare ogni cosa.
Naturalmente quando arriva a liberarsi delle sue fantasie, a vedere ci che egli  in realt, le difficolt scompaiono. Ma questa liberazione pu solo prodursi nel corso del lavoro. E cominciare a lavorare, e soprattutto continuare,  molto difficile, ed  difficile perch la vita scorre troppo facilmente.
Un'altra volta, sempre a proposito del lavoro dei gruppi, G. disse ancora: Pi tardi, vedrete che ogni allievo riceve dei compiti individuali, che corrispondono al suo tipo e al suo tratto caratteristico; questi compiti hanno lo scopo di dargli l'occasione di lottare con maggiore intensit contro il suo difetto principale. Contemporaneamente ai compiti individuali vi sono per dei compiti generali che sono dati al gruppo considerato come un tutto; in questo caso  il gruppo come insieme che  responsabile della loro esecuzione, il che non vuol dire che in certi casi il gruppo non sia responsabile dei compiti individuali.
Ma prima consideriamo i compiti generali. Oggi voi comprendete fino a un certo punto la natura di questo insegnamento e dei suoi metodi; dovete dunque essere capaci di cominciare a trasmettere le sue idee.
Ricorderete che allinizio, io mi opponevo a che voi parlaste delle idee dell'insegnamento al di fuori dei gruppi. Avevo imposto come regola che nessuno ne dovesse parlare, ad eccezione di coloro che io avevo istruito particolarmente a questo scopo. Vi spiegai allora perch questo era necessario: non sareste stati capaci di dare ad altri un'immagine fedele, n una giusta impressione. Inoltre, invece di dare loro la possibilit di venire all'insegnamento, voi li avreste allontanati; li avreste forse persino privati della possibilit di venire in avvenire. Ma adesso la situazione  diversa. Vi ho gi detto molto, e se avete realmente compiuto degli sforzi per comprendere quello che avete inteso, allora dovete essere capaci di trasmetterlo agli altri. Ecco perch dar a tutti un compito preciso.
Cercherete di orientare le vostre conversazioni con i vostri amici e conoscenti verso le nostre idee, tenterete di preparare le persone che manifesteranno dell'interesse, e se ve lo chiederanno, portatele alle riunioni. Ma che ognuno di voi lo prenda come un compito suo proprio, senza attendere che un altro lo compia per lui. Se ci riuscirete, avrete innanzi tutto la dimostrazione di aver assimilato qualche cosa e in secondo luogo di essere capaci di valutare le persone, di comprendere con chi vai la pena di parlare e con chi  inutile. In effetti la maggioranza delle persone non pu interessarsi a queste idee. A quale scopo allora cercare di convincerle? Alcuni invece possono apprezzarle, ed  a loro che bisogna parlarne.
La riunione seguente fu molto interessante. Tutti eravamo stati vivamente impressionati dalle conversazioni con i nostri amici; tutti avevamo molte questioni, ma eravamo anche un po' delusi e scoraggiati.
Ci dimostrava che gli amici avevano posto delle domande imbarazzanti alle quali la maggior parte di noi non aveva saputo dare risposta.
Avevano chiesto, per esempio, quali risultati avevamo tratto dal nostro lavoro ed espresso apertamente dubbi sul nostro 'ricordarsi di s'. Oppure si erano dichiarati convinti di essere capaci, loro, di 'ricordarsi di s'. Alcuni avevano trovato ridicoli e inutili il 'raggio di creazione' e i 'sette cosmi'.
Cosa c'entra la geografia in tutto questo? aveva domandato non senza umorismo uno dei miei amici, parodiando cos una certa battuta di una commedia divertente che faceva furore a Pietroburgo; altri mi avevano domandato chi aveva visto i centri e come potevano essere visti; altri avevano trovato assurda l'idea che noi non potessimo 'fare'; altri ancora avevano giudicato l'idea dell'esoterismo 'seducente, ma non convincente', oppure avevano dichiarato che l'esoterismo era una 'nuova invenzione'. Alcuni non erano affatto disposti a sacrificare la loro 'discendenza' dalla scimmia. Altri constatavano l'assenza d'amore per l'umanit in questo insegnamento.
Altri infine dicevano che le nostre idee traevano origine dal materialismo corrente, che noi volevamo ridurre gli uomini a macchine, che mancavamo totalmente di idealismo, di senso del soprannaturale e cos via...
G. rideva quando gli riferivamo le conversazioni con i nostri amici.
Questo  niente, diceva. Se doveste fare una raccolta di tutto ci che la gente  capace di dire su questo insegnamento, non lo credereste possibile. Questo insegnamento ha una propriet meravigliosa: il minimo contatto con esso, fa sorgere dal fondo dell'uomo ci che vi  di peggiore e di, migliore. Conoscete qualcuno da parecchi anni, pensate che sia un brav'uomo, piuttosto intelligente, provate allora a parlargli di queste idee e vi accorgerete, invece, che  completamente pazzo.
D'altra parte, esponendo ad un altro, che vi sembrava insignificante, i principi di questo insegnamento vi accorgerete subito che quest'uomo pensa, e anche con molta seriet.
Come  possibile riconoscere le persone che possono venire al lavoro?, domand uno di noi.
Come riconoscerle, disse G.,  un'altra faccenda. Per esserne capaci  necessario un certo grado di 'essere'. Ne riparleremo. Ora dobbiamo stabilire quale genere di persone pu venire al lavoro e quale no.
Dovete innanzi tutto comprendere che occorre avere una certa scorta di cognizioni. Occorre sapere tutto ci che  possibile sapere con i mezzi ordinari, sull'idea di esoterismo, sull'idea di conoscenze nascoste, sulle possibilit di una evoluzione interiore dell'uomo, e cos via. Voglio dire che queste idee non dovrebbero apparire ad un uomo come qualcosa di interamente nuovo; altrimenti, diventa difficile parlargli.
Pu essere anche utile avere ricevuto una preparazione scientifica o filosofica. Se un uomo ha una solida conoscenza religiosa, questo pu anche essere utile. Ma se aderisce ad una forma religiosa particolare senza comprenderne l'essenza, incontrer grandi difficolt. In generale quando un uomo non sa quasi nulla, ha letto poco, ha pensato poco,  difficile parlare con lui. Tuttavia, se ha una buona essenza, c' per lui un'altra via e si pu fare a meno di ogni conversazione; ma in questo caso dovr essere obbediente, dovr rinunciare alla sua propria volont. In un modo o in un altro, bisogna comunque che egli arrivi a questo, perch si tratta di una regola generale valida per tutti.
Per avvicinarsi con seriet a questo insegnamento occorre essere stati precedentemente delusi, occorre avere perso ogni fiducia innanzi tutto in s stessi, cio nelle proprie possibilit, poi, in tutte le vie conosciute. L'uomo non pu sentire ci che vi  di pi valido nelle nostre idee se non  rimasto deluso da tutto quello che ha fatto, da tutto quello che ha cercato. Se era un uomo di scienza, deve essere stato deluso dalla scienza. Se devoto, deluso dalla religione. Se dedito alla politica, deluso dalla politica. Se filosofo, deluso dalla filosofia. Se occultista, deluso dall'occultismo; e cos via. Bisogna per comprendere esattamente che cosa tutto ci significa; se io dico, per esempio, che un devoto deve essere stato deluso dalla religione, questo non vuoi dire che abbia dovuto perdere la fede. Al contrario, questo significa che egli deve essere stato 'deluso' soltanto dallinsegnamento religioso ordinario e dai suoi metodi. Comprender allora che la religione, cos come viene insegnata ordinariamente, non  sufficiente per alimentare la sua fede e non pu condurlo da nessuna parte.
Nel loro insegnamento, tutte le religioni, fatta eccezione naturalmente per le religioni completamente degenerate dei selvaggi, le religioni inventate e qualche setta dei nostri tempi moderni, sono costituite da due parti, l'una esteriore e l'altra nascosta. Essere deluso dalla religione significa essere deluso dalla sua parte esteriore, e sentire la necessit di trovare la sua parte nascosta e sconosciuta.
Essere delusi dalla scienza, non significa che si sia dovuto perdere ogni interesse per la conoscenza. Significa essere giunti alla convinzione che i metodi scientifici abituali non solamente sono inutili, ma nefasti, poich non potrebbero condurre ad altro che alla costruzione di teorie assurde e contraddittorie. Occorre dunque cercare altre vie.
Essere delusi dalla filosofia significa avere compreso che la filosofia ordinaria  semplicemente, come dice il proverbio russo, 'versare del vuoto nel nulla', e che le persone non sanno nemmeno che cosa sia la filosofia, anche se una vera filosofia pu e deve esistere. Essere delusi dall'occultismo non significa aver perso la fede nel miracoloso,  soltanto essersi convinti che l'occultismo, quello ordinario, accessibile, e persino quello 'dotto' sotto 
qualunque nome si presenti, non  che ciarlataneria e inganno. In altri termini, non si tratta di rinunciare all'idea che qualcosa esista da qualche parte; ma aver compreso che tutto ci che l'uomo attualmente conosce o  capace d'apprendere seguendo le vie abituali, non  assolutamente ci di cui ha bisogno.
Non importa quel che un uomo faceva prima o che prima l'interessava.
Quando arriva al punto di essere deluso dalle vie accessibili, vale allora la pena di parlargli delle nostre idee, poich pu venire al lavoro. Ma se egli continua a pensare di poter trovare qualche cosa con l'abituale modo di vivere, o di non aver ancora esplorato tutte le vie, o di potere, da solo, trovare o fare qualsiasi cosa, ci significa che non  ancora pronto. Non dico che debba buttare all'aria tutto ci che era abituato a fare prima. Ci sarebbe del tutto inutile. No, sovente  persino meglio che continui a vivere come era solito vivere.
Ma ora deve rendersi conto che si tratta soltanto di una professione, o di una abitudine o d'una necessit. Da questo momento la situazione cambia: sar capace di non 'identificarsi'.
Non vi  che una sola cosa incompatibile con il lavoro, ed  'l'occultismo professionale'. Tutti questi 'spiritualisti', tutti questi guaritori,  chiaroveggenti od altri, e persino la maggior parte di coloro che li seguono, non hanno alcun valore per noi. Dovete sempre ricordarvene e fare attenzione di non dire loro troppo, poich si servirebbero di tutto ci che avranno imparato da voi, per imbrogliare la gente.
Vi sono ancora altre categorie di persone che non hanno valore per noi. Ne parleremo in seguito. Per ora ricordatevi soltanto di questo: un uomo non deve solo essere stato deluso dalle vie abituali, ma deve avere conservato l'idea, o essere in grado di accettarla, che vi pu essere qualcosa, da qualche parte.
Se troverete un uomo cos, egli potr sentire nelle vostre parole, per maldestre che siano, un gusto di verit.
Ma se parlerete con un altro tipo di uomo, tutto quanto direte suoner alle sue orecchie come un'assurdit ed egli non vi ascolter nemmeno con seriet. Non vale la pena di perdere del tempo con lui. Questo insegnamento  per coloro che hanno gi cercato e che si sono scottati. Coloro che non hanno cercato o che non stanno attualmente cercando, non ne hanno bisogno. E quelli che non si sono ancora scottati, non ne hanno ugualmente bisogno.
Ma non sono queste le cose che la gente ci chiede, disse uno dei nostri compagni. Ci domandano: ammettete l'esistenza dell'etere?
Come concepite il problema dell'evoluzione? Perch non credete al progresso? Perch non condividete l'idea che la vita possa e debba essere organizzata sulla base della giustizia e del bene comune? E cose del genere.
Tutte le domande sono buone, rispose G., e voi potete partire da una qualsiasi di esse, a condizione che sia sincera. Comprendetemi: ogni domanda, sull'etere, sul progresso, sul bene comune, pu essere posta da qualcuno semplicemente per dire qualcosa, per ripetere quello che ha detto un altro o quello che ha letto in un libro, oppure perch  una questione che gli fa male. Se  una questione che gli fa male potete dargli una risposta e condurlo all'insegnamento attraverso una qualsiasi questione.  per indispensabile che la sua domanda, la sua questione gli faccia male.
Le nostre conversazioni sulle persone che avrebbero potuto interessarsi all'insegnamento e impegnarsi nel lavoro, ci condussero per forza di cose a valutare i nostri amici da un nuovo punto di vista. A questo riguardo, provammo tutti delle amare delusioni. Prima ancora che G. ci avesse incaricato formalmente di parlare, avevamo tutti, beninteso, cercato in un modo o nell'altro di convincere i nostri amici, almeno quelli con i quali ci trovavamo pi frequentemente.
E nella maggior parte dei casi il nostro entusiasmo aveva ricevuto accoglienze glaciali.
Essi non ci comprendevano. Le idee che a noi parevano nuove ed originali, a loro sembravano completamente sorpassate, noiose, senza speranza o persino ripugnanti. Questo ci aveva stupito pi di ogni altra cosa. Non riuscivamo a capacitarci come delle persone con le quali eravamo stati in intimit, con le quali poco prima avevamo potuto parlare di tutto ci che ci tormentava, e presso le quali avevamo trovato una rispondenza, potessero adesso non vedere ci che noi vedevamo o vedere persino l'esatto contrario. Devo dire che per me questa esperienza fu molto strana ed anche dolorosa. Alludo alla impossibilit 
assoluta di farsi comprendere. Naturalmente, nella vita ordinaria, per quanto concerne i problemi correnti, vi siamo abituati; sappiamo che le persone che ci sono fondamentalmente ostili, le persone limitate o incapaci di pensare possono travisare, falsare, snaturare tutto ci che diciamo ed attribuirci pensieri che non abbiamo mai avuto, parole che non abbiamo mai pronunciato.
Ma ora, vedendo che anche coloro che eravamo abituati a considerare come dei nostri, con i quali solevamo passare molto tempo e che poco prima ci parevano capaci di comprenderci meglio di chiunque altro, erano come gli altri, ci sentivamo invasi da un profondo scoraggiamento. Certo, simili casi costituivano l'eccezione; la maggior parte dei nostri amici restavano indifferenti, e tutti i nostri tentativi per 'contaminarli' con il nostro interesse per l'insegnamento di G. non approdava a nulla. Talvolta essi avevano anche una curiosa impressione di noi. Non tardammo ad accorgerci che i nostri amici ritenevano che noi fossimo cambiati in peggio. Ci trovavano molto meno interessanti di un tempo. Dicevano che eravamo diventati insipidi e scialbi, che avevamo perso la nostra spontaneit, la nostra sensibilit sempre desta, che stavamo diventando delle macchine, che stavamo perdendo la nostra originalit, la nostra capacit di vibrare e infine che non facevamo altro che ripetere come pappagalli tutto quello che avevamo inteso da G.
G. rideva molto quando gli raccontavamo queste cose.
Aspettate, diceva, il peggio deve ancora venire. Capite che cosa significa tutto ci? Significa che avete smesso di mentire o comunque che non mentite pi cos bene come un tempo: non potete pi mentire in un modo cos interessante come nel passato. Colui che mente bene  un uomo interessante. Ma voi avete gi vergogna di mentire. Siete ora nella condizione di confessare a voi stessi che ignorate certe cose, che ormai non potete pi parlare come se comprendeste tutto. Ci equivale a dire che siete diventati meno interessanti, meno sensibili, come essi dicono. Cos ora potete veramente vedere che tipo di gente sono i vostri amici. Oggi essi si rattristano per voi, e dal loro punto di vista hanno ragione: voi avete gi cominciato a morire (e mise l'accento su questa parola). Il cammino che conduce alla morte totale  ancora lungo; tuttavia voi vi siete gi spogliati di un certo strato di stupidit. Non potete pi, in ogni caso, mentire a voi stessi con tanta sincerit come una volta. Adesso avete il gusto della verit.
Perch allora mi sembra talvolta di non comprendere assolutamente nulla?, disse uno di noi. Prima ero abituato a pensare che vi fossero perlomeno alcune cose che comprendevo, ma adesso non comprendo assolutamente pi nulla.
Ci significa che incominciate a comprendere, disse G. Quando non comprendevate nulla, pensavate di comprendere tutto, o quanto meno di essere in grado di comprendere tutto. Ma ora che incominciate a comprendere, sentite di non comprendere:  perch avete acquisito il gusto della comprensione, che vi era totalmente sconosciuto prima. E oggi voi percepite il gusto della comprensione come una mancanza di comprensione.
Nei nostri incontri parlavamo spesso dell'impressione che i nostri amici avevano di noi e di quella, per noi nuova, che ricevevamo di loro. Avevamo cominciato a vedere che queste idee, pi di ogni altra cosa, possono unire o separare le persone.
Un giorno vi fu una lunghissima e interessante conversazione sui tipi. G. riprese tutto ci che aveva gi detto su questo argomento, con molte aggiunte e con particolari indicazioni per il lavoro personale.
Ciascuno di voi ha probabilmente incontrato nella sua vita persone dello stesso tipo. Tali persone hanno sovente lo stesso aspetto esteriore e anche le loro reazioni interiori sono le stesse. Ci che piace ad uno, piacer anche all'altro. Ci che l'uno detesta, pure l'altro detester.
Ricordatevi questi incontri e le osservazioni che avete fatto, poich si pu studiare la scienza dei tipi solo incontrando dei tipi. Non vi  altro modo. Tutto il resto  immaginario. Dovete capire che nelle condizioni attuali della vostra vita non potete incontrare pi di sei o sette tipi di uomini, bench in realt ve ne siano di pi. Tutti gli altri non sono che le diverse combinazioni di questi tipi fondamentali.
Quanti tipi fondamentali vi sono in tutto?, domand uno di noi.
Qualcuno dice dodici, rispose G. Secondo la leggenda, i dodici apostoli rappresenterebbero i dodici tipi. Ma altri dicono siano di pi.
Rest in silenzio un momento. Possiamo conoscere questi dodici tipi, ossia possiamo definirli e conoscerne le caratteristiche?, chiese uno dei presenti.
Aspettavo questa domanda, disse G. E non mi  mai capitato di parlare dei tipi senza che qualche persona intelligente facesse questa domanda. Come mai non comprendete che se questo potesse essere spiegato, da molto tempo qualcuno l'avrebbe gi fatto! Ma la difficolt  che i tipi e le loro differenze non possono essere definiti nel linguaggio ordinario, e voi siete ancora lontani dal conoscere il linguaggio nel quale ci sarebbe possibile.  esattamente la stessa cosa per le 'quarantotto leggi'. C' sempre qualcuno che mi domanda perch non si possono conoscere le quarantotto leggi. Come se fosse possibile!
Dovete comprendere che vi si da tutto ci che pu esservi dato, e a partire da questo aiuto tocca a voi ricavare il resto! Ma io perdo il mio tempo 
dicendovi questo, lo so. Voi non mi comprendete ancora, e non mi comprenderete per molto tempo. Pensate alla differenza fra sapere ed essere. Per comprendere certe cose un cambiamento d'essere  necessario.
Ma se non vi sono pi di sette tipi attorno a noi, perch non possiamo conoscerli, cio riconoscere ci che costituisce la loro principale differenza ed essere in grado, quando li incontriamo, di identificarli e distinguerli?
Dovete cominciare con voi stessi e riferirvi alle osservazioni delle quali vi ho gi parlato, rispose G. In ogni altro caso si tratterebbe di una conoscenza inutilizzabile per voi. Alcuni fra voi pensano di poter vedere i tipi, ma non sono certamente i tipi che essi vedono.
Per vedere i tipi, bisogna prima conoscere il proprio tipo. Questo deve essere il punto di partenza. E prima di conoscere il proprio tipo, occorre avere studiato a fondo la propria vita, tutta la propria vita, fin dall'inizio. Bisogna sapere perch e come le cose sono accadute.
Io vi dar un compito, che sar contemporaneamente generale e individuale.
Ciascuno di voi, nel gruppo, racconter la sua vita, dir tutto senza nulla abbellire e nulla omettere. Mettete l'accento su ci che  fondamentale ed essenziale, senza perdervi nei dettagli. Dovete essere sinceri e non temere che gli altri possano travisare ci che voi direte; poich ciascuno di voi si trover nella stessa situazione. Che ciascuno di voi si spogli, si mostri quale egli . Comprenderete cos una volta di pi perch niente deve trapelare al di fuori del gruppo. Nessuno oserebbe mai parlare, se pensasse o supponesse che le parole da lui dette nel gruppo potrebbero essere riferite all'esterno.
Occorre dunque che egli sia fermamente convinto che nulla verr riferito. Solo allora potr parlare senza paura, sapendo che gli altri dovranno fare come lui.
Poco dopo, G. ritornava a Mosca e in sua assenza noi cercammo di portare avanti il compito che ci aveva dato. Dapprima, per facilitare i primi tentativi, alcuni di noi, su mio suggerimento, cercarono di raccontare la storia della propria vita non alla riunione generale del gruppo, ma in piccoli gruppi composti dalle persone che conoscevano meglio.
Devo proprio dire che tutti questi tentativi non approdarono a nulla.
C'era chi diceva troppo, e chi non abbastanza. Alcuni si perdevano in particolari inutili o in descrizioni di ci che consideravano come loro  caratteristiche particolari e originali; altri si concentravano sui loro 'peccati' e i loro errori. Ma tutto questo, nell'insieme, era ben lontano dal 
produrre ci che G. sembrava aspettare. Come risultato vi furono aneddoti, resoconti cronologici senza interesse o ricordi di famiglia, che facevano sbadigliare tutti. Qualcosa non andava. Ma dove fosse l'errore, nemmeno coloro che si erano sforzati d'essere il pi possibile sinceri erano in grado di stabilirlo.
Mi ricordo dei miei tentativi. I ricordi che ho conservato dei miei primissimi anni non hanno ma cessato di stupirmi; tentai allora di evocare certe impressioni della mia prima infanzia che mi sembravano psicologicamente interessanti. Ma tutto ci non interess nessuno, e mi resi rapidamente conto che non era questo che ci era stato richiesto. Continuai, ma quasi immediatamente fui invaso da una certezza: vi erano due cose delle quali non avevo la minima 
intenzione di parlare. Si trattava per me di un aspetto completamente inatteso. Avevo accettato l'idea di G. senza la minima opposizione e pensavo di poter raccontare la storia della mia vita senza particolari difficolt.
Ma questo compito si rivelava del tutto impossibile. Qualcosa in me elevava una protesta cos veemente che non tentai nemmeno di lottare. E quando giunsi a parlare di certi periodi della mia vita di cui non volevo parlare, cercai di darne soltanto il senso generale. In questa circostanza notai che la mia voce e le sue intonazioni cambiavano mentre parlavo. Questo mi aiut a comprendere gli altri. Quando parlavano di se stessi e della loro vita, anche loro avevano delle voci differenti, delle intonazioni diverse, che incominciavo a riconoscere. E potevo talvolta identificare, per averle gi sentite in me stesso, certe intonazioni di un genere particolare: esse mi indicavano gli istanti in cui gli altri volevano nascondere qualcosa. Ma le loro intonazioni li tradivano.
L'osservazione delle 'voci' doveva permettermi in seguito di comprendere molte altre cose.
Quando G. fu di ritorno a Pietroburgo (era rimasto questa volta a Mosca due o tre settimane) lo mettemmo al corrente dei nostri tentativi: ascolt tutto e disse semplicemente che non sapevamo separare la personalit dall'essenza.
La personalit, disse, si nasconde dietro l'essenza, e l'essenza si nasconde dietro la personalit; cos si coprono a vicenda.
Come  possibile separare l'essenza dalla personalit?, domand uno dei presenti.
Come separereste ci che vi appartiene da ci che non vi appartiene? replic G. Occorre pensarvi, occorre domandarsi da dove vi  venuta questa o quell'altra caratteristica. E soprattutto non dimenticate mai che la maggior parte delle persone, specialmente nel vostro ambiente, non possiede pressoch niente di proprio. Niente di ci che hanno appartiene loro; il pi delle volte l'hanno rubato; tutto ci che essi chiamano le loro idee, le loro convinzioni, le loro teorie, i loro concetti, tutto  stato arraffato da varie sorgenti.  questo insieme che costituisce la loro personalit; ed  questo che deve essere messo da parte.
Ma proprio voi dicevate che il lavoro comincia dalla personalit, disse allora qualcuno.
Niente di pi vero, rispose G. Perci dobbiamo per prima cosa stabilire di quale momento nello sviluppo dell'uomo e di quale livello d'essere intendiamo parlare. Io stavo semplicemente parlando di un uomo nella vita, senza legame alcuno con il lavoro. Un tale uomo, soprattutto se appartiene alla classe 'intellettuale',  quasi esclusivamente costituito dalla personalit. Nella maggior parte dei casi la sua essenza ha cessato di crescere fin dalla pi tenera et. Conosco rispettati padri di famiglia, professori pieni di idee, noti scrittori, uomini di stato, la cui essenza ha cessato di svilupparsi verso l'et di dodici anni. Non  poi tanto male. Capita talvolta che lo sviluppo dell'essenza si arresti definitivamente a cinque o sei anni. Da quel momento, tutto ci che un uomo potr acquisire in seguito non gli apparterr: sar solo un repertorio di cose morte, apprese sui libri; non si tratter che di una contraffazione.
Seguirono numerose conversazioni alle quali G. prese parte. Volevamo comprendere la ragione del nostro fallimento nel compito che ci era stato dato. Ma pi ne parlavamo, meno comprendevamo ci che G. in realt si attendeva da noi.
Questo rivela fino a qual punto voi non conoscete voi stessi, disse G. Non dubito che almeno alcuni tra voi abbiano voluto sinceramente fare ci che avevo chiesto, vale a dire raccontare la storia della loro vita. Tuttavia, come avete visto, non vi  stato possibile, non sapevate neppure da dove incominciare.
Sappiate per che si tratta solamente di un rinvio, poich dovrete prima o poi passare di l. Questo  uno dei primi test sulla via. Chi non l'ha superato, non potr andare oltre.
Cos' che non comprendiamo?
Non comprendete che cosa significhi essere sincero. Siete talmente abituati a mentire, tanto a voi stessi che agli altri, da non trovare n parole, n pensieri, quando volete dire la verit. Dire tutta la verit su s stessi  molto difficile. Prima di dirla, occorre conoscerla. Ora voi non sapete nemmeno in cosa essa consista. Io parler un giorno a ciascuno di voi del suo tratto caratteristico o del suo principale difetto. Vedremo allora se potremo comprenderci o no.
In quel tempo, ci fu fra noi una conversazione che mi interess vivamente.
Era un'epoca in cui ero particolarmente sensibile a tutto quello che avveniva in me, e soprattutto sentivo che, malgrado tutti i miei sforzi, restavo incapace di 'ricordarmi di me' anche per un brevissimo spazio di tempo. All'inizio avevo creduto che qualcosa fosse possibile, ma in seguito persi tutto e non potei pi avere alcun dubbio sul denso sonno nel quale mi sentivo immerso. 
Il fallimento dei miei tentativi di raccontare la storia della mia vita, e soprattutto il fatto che non ero neppure riuscito a capire in modo chiaro ci che G. chiedeva, aumentarono ancora il mio cattivo umore, che come sempre in me si espresse non con una depressione, ma con dell'irritazione.
In queste condizioni di spirito mi recai un giorno a pranzo con G. in un ristorante della Sadovaya di fronte alla Porta Gostiny. Avevo fatto a G. un'accoglienza delle pi asciutte, dopo di che ero rimasto in silenzio. 
Cosa vi capita oggi?
Non so neppure io, risposi. Comincio semplicemente a sentire che non si arriva a niente, o piuttosto che io non arrivo a niente. Non posso parlare degli altri. Ma per quanto mi riguarda, io non vi comprendo pi, e voi non spiegate pi le cose come eravate solito fare al principio. Sento che di questo passo non concluderemo nulla.
Aspettate un poco, mi disse G. Avremo ben presto nuove conversazioni. Cercate di capirmi: finora, abbiamo tentato di mettere ogni cosa al suo posto; presto, chiameremo le cose con il loro nome.
Le parole di G. sono rimaste nella mia memoria, ma sul momento mi rifiutai di accondiscendere e continuai a seguire i miei pensieri.
Che cosa pu servirmi, dissi, trovare un nome alle cose, quando non posso vedere le loro relazioni? Voi non rispondete mai a nessuna delle mie domande.
Benissimo, disse G. ridendo. Vi prometto di rispondere immediatamente a qualsiasi cosa vogliate chiedermi... come avviene nei racconti delle fate!
Sentivo che voleva liberarmi del mio malumore e gli ero interiormente riconoscente, bench qualcosa in me rifiutasse di acquietarsi.
Ad un tratto mi venne in mente che volevo soprattutto sapere quello che G. pensava dell'eterno ritorno, del ripetersi delle vite cos come io lo comprendevo. Avevo tentato parecchie volte di affrontare una conversazione su questo argomento, e di esporre a G. il mio punto di vista, ma queste conversazioni erano rimaste pressoch dei monologhi. Egli ascoltava in silenzio, quindi si metteva a parlare di altre cose.
Molto bene, ripresi. Ditemi cosa pensate dell'eterno ritorno. Vi  qualcosa di vero? Ecco la mia domanda: viviamo una sola vita, per poi scomparire, oppure tutto si ripete ancora e ancora, un numero forse incalcolabile di volte, senza che noi lo si sappia o se ne conservi il minimo ricordo?
L'idea della ripetizione, disse G., non  la verit totale e assoluta, ma la sua pi grande approssimazione. In questo caso, la verit non pu essere espressa con parole. Quello che avete detto vi si avvicina molto. Ma se voi comprendete perch io non vi faccio mai allusione, vi ci accosterete ancora di pi. Che cosa pu servire a un uomo la verit sull'eterno ritorno, se non ne  cosciente e non cambia?
Si pu persino dire che se un uomo non cambia, per lui la ripetizione non esiste. Se gli si parla della ripetizione, questo non far che aumentare il suo 
sonno. Perch dovrebbe fare degli sforzi oggi, se ha ancora tanto tempo e tante possibilit davanti a s, l'eternit intera? Perch dovrebbe penare oggi?
Ecco la ragione precisa per la quale l'insegnamento non dice niente sulla ripetizione e considera solamente la vita che noi conosciamo.
L'insegnamento non ha nessuna portata, nessun senso, se non si lotta per operare un cambiamento in se stessi. E il lavoro al fine di cambiare se stessi deve cominciare oggi, immediatamente. Una vita  sufficiente per raggiungere la visione di tutte le leggi. Un sapere relativo alla ripetizione delle vite non potrebbe apportare nulla ad un uomo che non veda come tutte le cose si ripetono in una vita, cio in questa vita, e che non lotti per cambiare se stesso allo scopo di sfuggire a queste ripetizioni. Ma se egli opera un cambiamento essenziale in se stesso e se arriva ad un risultato, questo risultato non pu essere perduto.
Sono in diritto di concludere che tutte le tendenze innate o acquisite devono crescere?, domandai.
S e no.  vero nella maggior parte dei casi, come per l'insieme della vita. Ci non di meno su grande scala possono intervenire delle nuove forze. Non ve lo spiegher adesso; riflettete, per, su questo: le influenze planetarie, anch'esse possono cambiare. Esse non sono permanenti. 
Oltre a questo, le stesse tendenze possono essere differenti; vi sono tendenze che una volta apparse, non scompaiono pi, e si sviluppano da sole meccanicamente, cos come ve ne sono altre che hanno sempre bisogno di essere nuovamente stimolate, poich si indeboliscono continuamente e possono persino svanire del tutto o trasformarsi in fantasticherie, non appena l'uomo smetta di lavorare su di esse. Inoltre, vi  un termine assegnato ad ogni cosa. Per ogni cosa (egli accentu queste parole) esistono delle possibilit, ma solamente per un tempo limitato.
Io ero estremamente interessato a tutte le idee che G. mi aveva espresso. La maggior parte di esse si accordavano con quello che io avevo gi 'intuito'. Ma il fatto che riconoscesse la concretezza delle mie premesse fondamentali, e tutto il contenuto che egli aveva dato loro, era per me di un'importanza prodigiosa. Immediatamente, tutte le cose cominciarono per me a collegarsi. Ebbi la sensazione di veder apparire davanti a me a grandi linee quel 'maestoso edificio' del quale si parlava nei Bagliori di Verit. Il mio cattivo umore era svanito senza che me ne accorgessi.
G. mi guardava sorridendo. 
Vedete come basta poco per farvi cambiare? E se vi avessi soltanto raccontato delle storie, e se leterno ritorno non esistesse affatto? Che gusto c' ad avere un Ouspensky musone, che non mangia e non beve?
Io mi sono detto: 'cerchiamo di rimontarlo'. E come si pu rimontare qualcuno? Per taluni ci vogliono delle barzellette, per altri  sufficiente conoscere l'argomento che li interessa particolarmente. Sapevo che Ouspensky  attratto dall'eterno ritorno. Cos mi sono offerto di rispondere a qualsiasi domanda aveste voluto pormi, ben sapendo quello che avreste chiesto!
Ma l'ironia di G. non mi tocc. Mi aveva dato qualcosa di veramente sostanziale, che non poteva pi togliermi. Non prestai quindi fede alle sue battute, non potendo concepire che egli avesse inventato ci che aveva appena detto sull'eterno ritorno. Per di pi, avevo imparato a conoscere i suoi toni di voce.
L'avvenire mi dimostr che avevo ragione, poich G., pur non introducendo mai l'idea dell'eterno ritorno nelle sue esposizioni, non mancava di riferirsi ad esso soprattutto quando parlava delle possibilit perdute da coloro che si erano avvicinati all'insegnamento e che se ne erano poi allontanati.
I gruppi continuavano a riunirsi come di consueto. G. ci disse un giorno di voler fare un esperimento sulla separazione della personalit e dell'essenza.
Eravamo tutti molto interessati, poich aveva promesso da molto tempo delle 'esperienze', ma fino a quel momento non avevamo visto nulla. Non descriver i suoi metodi, parler semplicemente dei due uomini che egli scelse quella sera per l'esperimento. Uno era gi piuttosto anziano e occupava una elevata posizione sociale. Alle nostre riunioni parlava abbondantemente di s, della sua famiglia, del cristianesimo, degli avvenimenti del giorno, della guerra e di ogni specie di 'scandali' scelti tra quelli che lo disgustavano di pi.
L'altro era pi giovane. Molti di noi non lo prendevano sul serio. In parecchie circostanze faceva, come si suoi dire, lo stupido; oppure si perdeva in interminabili discussioni sul tale o tal altro dettaglio dell'insegnamento, che in fondo non aveva la minima importanza. Era molto difficile capirlo.
Parlava in un modo confuso, imbrogliando le cose pi semplici, mischiando inestricabilmente punti di vista e termini che appartenevano ai pi disparati livelli o settori.
Non parler dell'inizio dell'esperienza.
Eravamo seduti nella sala grande e le conversazioni seguivano il loro corso abituale.
Ora, osservate, disse G. a voce bassa.
Il pi vecchio dei due, che stava parlando con calore, quasi con trasporto, di non so pi che cosa, si era fermato ad un tratto a met di una frase, e, fermo sulla sua sedia, guardava fisso davanti a s. A un segno di G. continuammo a parlare distogliendo da lui i nostri sguardi.
Il pi giovane incominci con l'ascoltare ci che dicevamo, poi anche lui si mise a parlare. Noi ci guardammo l'un l'altro. La sua voce era cambiata. Egli ci comunic qualche osservazione che aveva fatto su di s. Parlava in modo chiaro, semplice ed intellegibile, senza parole superflue, senza stravaganze e senza buffonaggini. Poi tacque. Fumava una sigaretta e pensava evidentemente a qualcosa. In quanto al primo, continuava a stare assolutamente immobile, come fosse raggomitolato su se stesso.
Domandategli a cosa pensa, disse G. con calma.
Io?, rialz la testa, come se questa domanda lo avesse in quel momento risvegliato: A niente.
Sorrise debolmente, come per scusarsi. Sembrava sorpreso che gli avessero chiesto a cosa pensasse.
Stavate appunto parlando della guerra e di ci che succederebbe se facessimo la pace con i tedeschi, disse uno di noi. Questa questione vi preoccupa ancora?
Non lo so proprio, disse egli con voce incerta. Ne ho parlato?
Certo! Voi stavate dicendo che tutti dovrebbero pensarci, che nessuno aveva il diritto di dimenticare la guerra e di non preoccuparsene; che tutti dovrebbero avere un'opinione ben definita: s o no, a favore o contro la guerra.
Egli ascoltava come se non comprendesse niente di quello che gli veniva detto.
S? disse. Com' strano; io non mi ricordo di niente. 
Ma questi problemi non vi interessano?
No, non mi interessano affatto.
Non siete preoccupato delle conseguenze di tutto ci che sta accadendo, di quello che ne risulter per la Russia e per l'intera civilt?
Egli scosse la testa con un'espressione di rincrescimento. Non capisco proprio di che cosa state parlando, disse. Tutto questo non mi interessa per nulla e non ne so niente.
E va bene. Voi stavate anche parlando, poco fa, dei membri della vostra famiglia. Non  vero che le cose sarebbero per voi molto pi facili, se anche essi si interessassero alle nostre idee?
S, pu darsi, sempre con voce incerta. Ma dovrei pensarci.
Ma non dicevate di essere spaventato per l'abisso (tale  stata la vostra espressione) che si creava tra di voi?
Nessuna risposta. 
Che cosa ne pensate adesso?
Non ci penso affatto. 
Se vi domandassero che cosa desiderate, che cosa rispondereste?
Ancora uno sguardo vago.
Non desidero nulla.
Ma no, pensateci bene. Cosa vorreste?
Sulla piccola tavola a fianco a lui, vi era un bicchiere di t che egli non aveva finito. Lo fiss per un lungo momento, come se pensasse a qualcosa. Per due volte gir lo sguardo intorno, poi fiss di nuovo il bicchiere e con una voce cos seria e un'intonazione cos grave che noi ci guardammo l'un l'altro, pronunci queste parole: Penso che vorrei un po' di marmellata di fragole.
Dal fondo della stanza venne una voce che riconoscemmo a mala pena.
Era il secondo soggetto dell'esperimento.
Non vedete che  addormentato?
E voi?, domand qualcuno.
Io, invece, sono sveglio.
Perch lui si  addormentato mentre voi vi siete svegliato?
Non lo so.
Con questo l'esperimento ebbe fine.
Il giorno dopo n l'uno n l'altro si ricordavano di niente. G. ci spieg che tutto ci che costituiva il soggetto ordinario delle conversazioni, dei timori, dell'agitazione del primo, era nella personalit. Quando la sua personalit era addormentata, non restava dunque praticamente nulla. Per contro, se anche vi erano molte chiacchiere superflue nella personalit dell'altro, dietro ad esse si nascondeva un'essenza che ne sapeva quanto la personalit e che lo sapeva meglio; quando la personalit si addormentava, l'essenza prendeva il suo posto, al quale aveva ben pi diritto.
Ricordate che, contrariamente alle sue abitudini, ha parlato pochissimo, disse G. Ma egli osservava ciascuno di voi e di tutto ci che avveniva nulla gli  sfuggito.
Ma che utilit ha per lui tutto ci, se non se ne ricorda pi?, disse uno di noi. 
L'essenza ricorda, disse G., la personalit ha dimenticato. E occorreva che fosse cos, perch altrimenti la 'personalit' avrebbe alterato tutto. Avrebbe attribuito tutto ci a se stessa.
Ma  una specie di magia nera, disse uno di noi. 
Peggio, disse G. Attendete e vedrete ancor di peggio.
Parlando dei 'tipi' G. disse una volta: Avete notato il ruolo prodigioso del 'tipo' nella relazione tra l'uomo e la donna?
Ho notato, dissi, che durante la sua vita un uomo non entra in contatto che con un certo tipo di donna, e che una donna non entra in contatto che con un certo tipo di uomo. Come se per ogni uomo vi fosse un tipo di donna predeterminato, e per ogni donna un tipo di uomo.
Ci  vero, mi disse G.; ma sotto questa forma  certamente troppo generico. In realt, non avete mai visto alcun tipo d'uomo n di donna, ma solamente tipi di eventi. Ci di cui vi parlo si riferisce al tipo reale, cio, all'essenza. Se le persone potessero vivere nella loro essenza, un tipo d'uomo incontrerebbe sempre il tipo di donna che gli corrisponde e non vi sarebbero unioni di tipi non corrispondenti. Ma le persone vivono nella loro personalit la quale ha i suoi interessi, i suoi gusti.
Questi non hanno niente in comune con gli interessi e i gusti dell'essenza.
La personalit, in tal caso,  il risultato di un cattivo lavoro dei centri. Per questa ragione, ad essa pu non piacere ci che all'essenza piace e piacerle precisamente ci che all'essenza non piace.  qui che il conflitto tra la personalit e l'essenza comincia. L'essenza sa ci che vuole; ma non pu spiegarlo. La personalit non vuole nemmeno ascoltarla, non tiene alcun conto dei suoi desideri. Essa ha i suoi propri desideri, ed agisce a modo suo. Ma il suo potere non va oltre. Dopo di ci, le due essenze, quella dell'uomo e quella della donna, devono in qualche modo vivere insieme.
Ed esse si odiano. In questo campo, non sono possibili le commedie: in un modo o nell'altro  l'essenza, il tipo, che prende infine il sopravvento e decide.
In questo caso nulla pu essere fatto, n per ragione n per calcolo; e neppure per amore, poich, nel significato reale di questa parola, l'uomo meccanico non pu amare; in lui qualcosa ama o qualcosa non ama.
Nello stesso tempo, il sesso gioca un ruolo enorme nel mantenimento della meccanicit della vita. Tutto ci che fanno le persone  in relazione con il sesso: la politica, la religione, l'arte, il teatro, la musica, tutto  'sesso'. Credete voi che la gente vada in chiesa per pregare, o al teatro per vedere qualche nuova rappresentazione? No, questi non sono che dei pretesti. La cosa principale, a teatro come in chiesa,  che si possono trovare delle donne e degli uomini. Ecco il centro di gravita di tutte le riunioni. Che cosa  che conduce la gente nei caff, nei ristoranti, alle feste di ogni sorta? Una cosa sola: il Sesso. Ecco la principale sorgente di energia di tutta la meccanicit. Tutto il sonno, tutta l'ipnosi, derivano dal sesso.
Cercate di comprendere ci che intendo dire. La meccanicit  particolarmente pericolosa quando le persone non vogliono prenderla per quello che essa  e tentano di spiegarla con qualcosa d'altro. Quando il sesso  interamente conscio di se stesso, e non si nasconde dietro pretesti, non si tratta pi della meccanicit di cui sto parlando. Al contrario, il sesso che esiste per se stesso e che non dipende da niente altro  gi un gran risultato. Ma il male consiste in questa continua menzogna a se stessi!
Che cosa dedurne allora? Dobbiamo lasciare le cose cos o cambiarle? domand qualcuno. 
G. sorrise.
 sempre questo che si domanda. Qualunque sia il soggetto di cui si parla, la gente chiede: ' ammissibile che sia cos e non si possa cambiare questo stato di cose?'. Come se fosse possibile cambiare o fare qualsiasi cosa! Voi, almeno, avreste gi dovuto vedere l'ingenuit di queste domande. Forze cosmiche hanno creato questa situazione, e la comandano. E voi domandate: 'Dobbiamo lasciare le cose cos o cambiarle?'
Suvvia, Dio stesso non potrebbe cambiare nulla. Ricordate quello che  stato detto circa le 48 leggi? Esse non possono essere cambiate, ma ci si pu liberare da un gran numero di esse, voglio dire che vi  una possibilit di cambiare lo stato delle cose relativamente a se stessi.
Si pu sfuggire alla legge generale. In nessun caso per la legge generale pu essere cambiata. Ma si pu cambiare la propria posizione in rapporto a questa legge; si pu sfuggire ad essa, poich questa legge di cui parlo, cio il potere del sesso sulle persone, offre molte differenti possibilit. Il sesso  la principale ragione della nostra schiavit, ma  anche la nostra principale possibilit di liberazione.
La 'nuova nascita' di cui abbiamo parlato dipende dall'energia sessuale quanto la nascita fisica e la propagazione della specie.
L'idrogeno si 12  l'idrogeno che rappresenta il prodotto finale della trasformazione degli alimenti nell'organismo umano. Esso  la materia a partire dalla quale il sesso lavora e produce.  il 'seme' o il 'frutto'.
L'idrogeno si 12 pu passare al do dell'ottava seguente con l'aiuto di uno 'shock addizionale', ma questo 'schok' pu essere di natura doppia e due ottave differenti possono cominciare, una al di fuori dell'organismo che ha prodotto il si, e l'altra nell'organismo stesso. L'unione dei si 12 maschio e femmina, e tutto ci che l'accompagna, costituisce lo 'schok' della prima specie e la nuova ottava cominciata con il suo aiuto si sviluppa indipendentemente, come un nuovo organismo o una nuova vita. 
Questo  il modo normale e naturale di utilizzare l'energia si 12.
Tuttavia, nell'organismo stesso, vi  un'altra possibilit. Ed  la possibilit di creare una vita nuova all'interno dell'organismo dove il si 12  stato elaborato, ma questa volta senza l'unione dei due principi maschio e femmina. Una nuova ottava si sviluppa allora all'interno dell'organismo, e non al di fuori. Questa  la nascita del 'corpo astrale'. Dovete comprendere che il 'corpo astrale' nasce dalla stessa materia dalla quale nasce il corpo fisico. Solo il processo differisce. Il corpo fisico , per cos dire, compenetrato in ogni sua cellula dalle emanazioni della materia si 12. E quando la saturazione  giunta ad un grado sufficiente, la materia si 12 comincia a cristallizzare. Alla cristallizzazione di questa materia corrisponde la formazione del 'corpo astrale'.
Il passaggio della materia si 12 allo stato di emanazione, e la saturazione graduale di tutto l'organismo per mezzo di questa emanazione  ci che l'alchimia definisce trasformazione o 'trasmutazione'.  proprio questa trasformazione del corpo fisico in corpo astrale che l'alchimia definisce come la trasformazione dello spesso in sottile o la trasmutazione dei metalli vili in oro.
La trasmutazione totale, cio la formazione del 'corpo astrale' non  possibile che in un organismo sano, funzionante normalmente. In un organismo malato o anormale, non vi  possibilit di trasmutazione. 
La continenza assoluta  necessaria per la trasmutazione e, in generale, l'astinenza sessuale  utile per il lavoro su di s?, domand qualcuno.
La vostra domanda ne comporta molte altre, disse G. L'astinenza sessuale  in effetti necessaria alla trasmutazione, ma soltanto in certi casi, cio per un certo tipo di uomo. Per altri tipi non  per niente necessaria. E per altri ancora viene da s non appena incomincia la trasmutazione. Ve lo spiegher pi chiaramente. Per certi tipi, un'astinenza sessuale lunga e totale  indispensabile affinch cominci la trasmutazione; senza questa lunga e totale astinenza, non pu cominciare. Ma non appena il processo  bene avviato, l'astinenza cessa di essere necessaria.
In altri casi, cio con altri tipi; al contrario, la trasmutazione pu benissimo incominciare con una vita sessuale normale; pu persino compiersi pi presto e svolgersi molto meglio con un grande dispendio esteriore dell'energia sessuale. Nel terzo caso, la trasmutazione inizialmente non richiede l'astinenza ma in seguito essa assorbe tutta l'energia del sesso e mette fine alla vita sessuale normale o al dispendio esteriore dell'energia sessuale.
Passiamo all'altra domanda: 'L'astinenza sessuale  utile per l'uomo oppure no?
 utile se vi  astinenza in tutti i centri. Se vi  astinenza solo in un centro e piena libert di immaginazione negli altri, non vi potrebbe essere niente di peggio. Inoltre, l'astinenza pu essere utile, se l'uomo sa come utilizzare l'energia che risparmia in qualche maniera. Se non lo sa, non pu ricavare alcun vantaggio dall'astinenza.
Sotto questo rapporto, quale  in generale la forma di vita pi giusta dal punto di vista del lavoro?
 impossibile a dirsi. Lo ripeto, se un uomo non sa,  meglio che non intraprenda nulla. Fino a quando egli non abbia una conoscenza nuova ed esatta, sar del tutto sufficiente che diriga la sua vita secondo le regole e principi comuni. In questo campo, colui che comincer a costruire teorie o a lasciare briglia sciolta alla propria immaginazione, sar necessariamente condotto alla psicopatia. Ma occorre ancora ricordarsi che, nel lavoro, soltanto le persone completamente normali in rapporto al sesso hanno una possibilit. Ogni genere di originalit, tutti i gusti strani, i desideri bizzarri, la paura, l'azione continua degli ammortizzatori devono essere distrutti fin dal principio. L'educazione e il modo di vivere moderno creano un numero incalcolabile di psicopatici sessuali. Essi non hanno, nel lavoro, la minima possibilit.
Parlando in generale, si pu dire che vi sono soltanto due modi legittimi di dispendio dell'energia sessuale: la normale vita sessuale e la trasmutazione. In questo campo ogni invenzione  molto pericolosa.
L'astinenza  stata sperimentata da tempo immemorabile. Talvolta, molto raramente, ha dato dei frutti, ma ci che nella maggior parte dei casi viene chiamata astinenza non  altro che la sostituzione delle sensazioni normali con altre anormali, perch queste ultime si nascondono pi facilmente. Tuttavia non  di questo che voglio parlare. Vorrei farvi comprendere che il male peggiore e il principale fattore della nostra schiavit non risiedono nel sesso di per se stesso, ma nell'abuso del sesso. Ma non si comprende quasi mai che cosa significhi l'abuso del sesso.
La gente abitualmente pensa agli eccessi o alle perversioni sessuali. Queste non sono che forme relativamente inoffensive dell'abuso del sesso.  invece indispensabile conoscere molto bene la macchina umana per comprendere che cosa  l'abuso del sesso, nel vero senso dell'espressione. Con essa si intende il cattivo lavoro dei centri nei loro rapporti con il centro sessuale, ovvero l'azione del sesso allorch si eserciti attraverso gli altri centri, e l'azione degli altri centri allorch si esercita attraverso il centro sessuale; oppure, per essere ancora pi precisi, il funzionamento del centro sessuale per mezzo dell'energia presa a prestito dagli altri centri e il funzionamento degli altri centri per mezzo dell'energia presa a prestito dal centro sessuale.
Il sesso pu essere considerato come un centro indipendente? domand uno dei presenti.
S, rispose G., ma al tempo stesso, se consideriamo il piano inferiore come un sol tutto, allora il sesso pu essere visto come la parte neutralizzante del centro motore.
Con quale idrogeno lavora il centro sessuale?, domand un altro.
La questione aveva interessato tutti per molto tempo, ma non avevamo potuto trovare la soluzione. E G., quando lo avevamo interrogato, aveva sempre eluso una risposta diretta.
Il centro sessuale lavora con l'idrogeno 12, disse questa volta. Ossia, dovrebbe lavorare con esso. L'idrogeno 12,  si 12. Ma il fatto  che molto raramente lavora con l'idrogeno che gli  proprio. Le anomalie nel lavoro del centro sessuale esigono uno studio speciale.
In primo luogo, occorre notare che, normalmente, nel centro sessuale, proprio come nel centro emozionale superiore e nel centro intellettuale superiore, non vi  la parte negativa. In tutti gli altri centri, ad eccezione dei centri superiori, vale a dire nel centro intellettuale, emozionale, motore e istintivo, vi sono, per cos dire, due met: l'una positiva e l'altra negativa. Affermazione e negazione, s e no, nel centro intellettuale; sensazioni piacevoli e sensazioni sgradevoli nei centri istintivo e motore. Ma una tale divisione non esiste nel centro sessuale.
Non esiste una parte positiva ed una negativa. Non vi sono sensazioni sgradevoli, n sentimenti sgradevoli: o vi  una sensazione piacevole, un sentimento piacevole, oppure non vi  niente, un'assenza di ogni sensazione, la pi completa indifferenza. Ma come conseguenza del cattivo lavoro dei centri, succede sovente che il centro sessuale entri in contatto con la parte negativa del centro emozionale o del centro istintivo. Da quel momento, certi stimoli particolari, o persino uno stimolo qualsiasi del centro sessuale, possono evocare dei sentimenti sgradevoli, delle sensazioni sgradevoli.
Coloro che provano queste sensazioni o questi sentimenti, suscitati da idee o immaginazioni legate al sesso, sono portate a considerarli come delle prove di virt o come qualcosa di originale; in realt non sono altro che dei malati. Tutto ci che  in rapporto con il sesso dovrebbe essere o piacevole, o indifferente. I sentimenti e sensazioni sgradevoli provengono tutti dal centro emozionale o dal centro istintivo.
Questo  l'abuso del sesso. Bisogna per ricordarsi che il centro sessuale lavora con l'idrogeno 12. Ci significa che  pi forte e pi rapido di tutti gli altri centri. Il sesso, infatti, comanda tutti gli altri centri. La sola cosa che, nelle circostanze ordinarie, vale a dire quando l'uomo non ha n coscienza n volont, abbia presa sul centro sessuale  ci che abbiamo chiamato gli ammortizzatori. Essi possono ridurlo letteralmente a nulla, possono cio impedire le sue manifestazioni normali. Ma non possono distruggere la sua energia.
L'energia rimane e passa agli altri centri, attraverso i quali si manifesta; in altre parole, gli altri centri rubano al centro sessuale l'energia che egli stesso non usa. L'energia del centro sessuale nel lavoro dei centri intellettuale, emozionale e motore, si riconosce per un 'gusto' particolare, per un 
certo ardore, una veemenza non richiesta. Il centro intellettuale scrive dei libri, ma quando impiega l'energia del centro sessuale, non si occupa 
soltanto di filosofia, di scienza o di politica,  sempre impegnato va combattere qualche cosa, a disputare, a criticare, a creare delle nuove teorie soggettive. Il centro emozionale predica il cristianesimo, l'astinenza, l'ascetismo, la paura e l'orrore del peccato, l'inferno, il tormento dei dannati, il fuoco eterno, e tutto questo con l'energia del sesso... 
Oppure fomenta rivoluzioni, depreda, brucia, uccide, con la stessa energia sottratta al sesso. E, sempre con questa energia, il centro motore si appassiona allo sport, batte dei records, salta degli ostacoli, scala delle montagne, lotta, combatte ecc... In tutti i casi in cui i centri intellettuale, emozionale e motore utilizzano l'energia del sesso, si ritrova questa veemenza caratteristica, nel mentre appare l'inutilit del lavoro intrapreso. N il centro intellettuale, n il centro emozionale, n il centro motore potranno mai creare qualcosa di utile con l'energia del centro sessuale. Ecco un esempio dell'abuso del sesso.
Questo  per solo un aspetto. Un secondo aspetto  rappresentato dal fatto che quando l'energia del sesso  rubata dagli altri centri e sprecata per un lavoro inutile, non ne rimane niente per il centro sessuale, al quale allora non resta che rubare l'energia degli altri centri, di qualit molto inferiore alla sua e molto pi grossolana. Cionondimeno il centro sessuale ha una grande importanza per l'attivit generale, e particolarmente per la crescita interiore dell'organismo, poich lavorando con l'idrogeno 12, pu beneficiare di un finissimo nutrimento d'impressioni, che nessuno degli altri centri ordinari pu ricevere.
Questo fine nutrimento di impressioni  importantissimo per la produzione degli idrogeni superiori. Ma quando il centro sessuale lavora con un energia che non  la sua, cio con gli idrogeni relativamente inferiori 48 e 24, le sue impressioni divengono ben pi grossolane, ed esso non ha pi nell'organismo la parte che potrebbe avere. Allo stesso tempo la sua unione con il centro intellettuale e l'impiego della sua energia da parte del centro intellettuale provocano un eccesso di immaginazione di ordine sessuale e in aggiunta una tendenza a soddisfarsi di questa immaginazione. La sua unione con il centro emozionale, crea il sentimentalismo o al contrario la gelosia, la crudelt. Ecco altri aspetti dell'abuso del sesso.
Che cosa si deve fare per lottare contro l'abuso del sesso? domand qualcuno.
G. si mise a ridere.
Aspettavo questa domanda, disse. Ma dovreste aver compreso che  altrettanto impossibile spiegare ad un uomo, che non ha ancora incominciato a lavorare su se stesso e non conosce ancora la struttura della macchina umana, il significato dell'abuso del sesso, quanto spiegargli il modo di evitarlo. Il lavoro su di s, correttamente condotto, comincia dalla creazione di un centro di gravita permanente. Quando un centro di gravita permanente  stato creato, tutto il resto, subordinandosi ad esso, si organizza a poco a poco. La domanda si riassume dunque cos: a partire da che cosa e come un centro di gravita pu essere creato? Ed ecco la risposta che possiamo dare: solo la giusta attitudine di un uomo nei riguardi del lavoro, nei riguardi della scuola, il suo giusto 
apprezzamento del valore del lavoro e la sua comprensione della meccanicit e della assurdit di tutto il resto, possono creare in lui un centro di gravita permanente.
Il ruolo del centro sessuale, nella creazione di un equilibrio generale e di un centro di gravita permanente, pu essere molto grande. Per l'energia che gli  propria, se impiega tale energia, il centro sessuale si situa al livello del centro emozionale superiore. E tutti gli altri centri gli sono subordinati.
Sarebbe una gran cosa se esso lavorasse con la sua propria energia. Questo da solo potrebbe indicare un grado d'essere relativamente elevato. E, in questo caso, ossia se il centro sessuale lavorasse con la sua propria energia e al proprio posto, tutti gli altri centri potrebbero lavorare correttamente, al loro posto e con la loro propria energia....
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CAPITOLO TREDICESIMO.
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Tutti i componenti del nostro gruppo ricordano il mese d'agosto del 1916 come un periodo di lavoro interiore molto intenso. Tutti noi sentivamo che dovevamo affrettarci, che facevamo troppo poco in rapporto all'immensit del compito che ci eravamo assunti. Comprendendo che la nostra probabilit di conoscere di pi poteva sparire improvvisamente cos come era apparsa, ci sforzavamo di accrescere la pressione del lavoro in noi stessi e di fare tutto ci che era in nostro potere, mentre le condizioni erano ancora favorevoli.
Io incominciai una serie di esperimenti o esercizi, facendo uso di una certa esperienza che avevo acquisito in quella direzione. Portai a termine una serie di digiuni brevi, ma molto intensi. Li chiamo 'intensi', perch non digiunavo per ragioni igieniche, bens tentavo di dare al mio organismo gli shock pi forti possibili. Inoltre mi misi a 'respirare' secondo un sistema preciso, che, applicato contemporaneamente al digiuno, mi aveva dato altre volte interessanti risultati psicologici; mi esercitavo anche nella 'ripetizione' secondo il metodo dell'Orazione mentale, che in precedenza mi aveva molto aiutato a concentrarmi e a osservarmi. Infine, mi dedicai ad una serie di esercizi mentali, abbastanza difficili, per disciplinare l'attenzione. Non descriver questi esercizi, poich, dopo tutto, li avevo intrapresi unicamente per tastare il terreno, senza sapere esattamente dove essi avrebbero potuto condurmi.
Ma, nell'insieme, tutti questi sforzi, come pure i nostri colloqui e le nostre riunioni, mi mantenevano in uno stato di tensione insolito e costituivano un importante fattore di preparazione alla serie di esperienze straordinarie attraverso le quali sarei passato, poich G. mantenne la sua parola: io vidi dei 'fatti', e nello stesso tempo compresi ci che egli intendeva quando diceva che molti altri elementi erano necessari prima dei fatti.
Questi altri elementi erano la preparazione, la comprensione di certe idee, e la necessit di essere in un certo stato. La necessit di questo stato, che  emozionale,  proprio ci che noi non riconosciamo, voglio dire che non comprendiamo come esso sia indispensabile, e come senza di esso i 'fatti' siano impossibili.
Ed ora giungo al punto pi difficile: l'impossibilit assoluta di descrivere i 'fatti' stessi.
Perch?
Mi sono posto sovente questa domanda. E potevo soltanto rispondere che tali fatti erano di natura talmente personale da non poter in nessun caso essere comunicati ad altri. Ora, ho capito che non era cos soltanto nel mio caso, ma che  sempre cos.
Ricordo che asserzioni di questo genere mi avevano sempre rivoltato, ogni volta che le avevo lette nelle memorie o negli scritti di persone che erano passate attraverso esperienze straordinarie e si erano rifiutate in seguito di descriverle. Essi avevano cercato il miracoloso e, in una forma o in un'altra, pensavano di averlo trovato.
Dicevano allora, invariabilmente: 'Ho trovato... ma non posso descrivere quello che ho trovato'. Un tale atteggiamento mi era sempre parso artificiale e falso. 
Ed ora ero io a trovarmi esattamente nella stessa situazione. Avevo trovato quello che cercavo. Avevo visto ed osservato fatti che trascendevano interamente la sfera di ci che noi riteniamo possibile, accettabile o ammissibile, e non potevo dirne nulla.
L'essenziale, in quelle esperienze, era il loro contenuto interiore e la nuova conoscenza che esse comunicavano. Il loro aspetto esteriore non poteva che essere descritto molto approssimativamente. Come ho gi detto, dopo tutti i miei digiuni e le altre esperienze, mi trovavo in uno stato di eccitazione e di nervosismo, e fisicamente pi debole del consueto. In quelle condizioni arrivai alla casa di campagna che possedeva in Finlandia E. N. M., l'amico presso il quale eravamo soliti riunirci a Pietroburgo. G. e otto persone del nostro gruppo erano presenti.
Nella serata si parl dei tentativi che avevamo fatto per raccontare la nostra vita. G. era molto duro, sarcastico, ci attaccava uno dopo l'altro, come se cercasse di provocarci, sottolineando con insistenza la nostra mollezza e la pigrizia del nostro pensiero.
Fui particolarmente toccato quando egli si mise a ripetere davanti a tutti qualche cosa che io pensavo sul Dr. S e che gli avevo detto in confidenza.
Ci che egli disse fu molto spiacevole per me, soprattutto perch, da parte mia, avevo sempre condannato tali discorsi negli altri.
Penso che dovevano essere all'incirca le dieci quando egli ci chiam, Z., il dottor S. e me, in una piccola camera isolata. Ci sedemmo alla turca sul pavimento, e G. cominci a spiegarci e a mostrarci un certo numero di posizioni e di movimenti. Non potei fare a meno di notare la sicurezza e la precisione stupefacenti con le quali compiva quei movimenti. Essi non presentavano d'altronde difficolt particolari; un buon ginnasta avrebbe potuto farli con facilit ed io, che non avevo mai avuto la pretesa di essere un atleta, avrei potuto imitarlo esteriormente.
Ma G. ci spieg che nessun ginnasta avrebbe eseguito quei movimenti come lui, poich egli li faceva in modo speciale, con i muscoli rilassati.
Dopo di che, G. ritorn ancora sulle ragioni della nostra incapacit di raccontare la storia della nostra vita.
E fu allora che il 'miracolo' ebbe inizio.
Posso affermare con assoluta certezza che G. non ricorse ad alcun procedimento esteriore, cio non mi diede alcun narcotico e non mi ipnotizz secondo un qualche metodo conosciuto.
Tutto ebbe inizio allorch cominciai a udire i suoi pensieri. Eravamo seduti in quella piccola camera dal pavimento di legno senza tappeto, come se ne trovano nelle case di campagna. Io ero seduto di fronte a G. Il dottor S. e Z. sedevano al mio fianco.
G. parlava dei nostri 'tratti' caratteristici e della nostra incapacit di vedere o dire la verit. Le sue parole mi turbarono molto. All'improvviso, notai che fra le parole che egli diceva per noi tre, c'erano dei 'pensieri' destinati a me. Captai uno di questi pensieri e risposi ad esso ad alta voce. G. mi fece un segno con la testa e smise di parlare. Vi fu una pausa piuttosto prolungata. G. sedeva tranquillo e continuava a tacere. Ma ecco che nel silenzio, intesi la sua voce dentro di me come se fosse stata nel mio petto, vicino al cuore. Egli mi poneva una domanda precisa. Guardai verso di lui: stava immobile e sorrideva.
La sua domanda aveva provocato in me una fortissima emozione. Tuttavia, gli risposi affermativamente.
Ma perch dice questo?, domand G. guardando a turno Z. e S.
Gli ho forse domandato qualche cosa?
E mi pose immediatamente un'altra domanda ancora pi pressante, nello stesso modo. E io gli risposi di nuovo, con voce naturale. Z. e S. erano visibilmente stupiti, specialmente Z. Questa conversazione, se pu chiamarsi conversazione, si protrasse cos per mezz'ora almeno.
G. mi poneva delle domande silenziose ed io gli rispondevo ad alta voce. Ero molto agitato per quello che mi diceva, per le domande che mi faceva, e che non saprei trasmettere qui. Si trattava di certe condizioni che avrei dovuto accettare, altrimenti avrei dovuto lasciare il lavoro. G. mi dava un mese di tempo.
Rifiutai quella dilazione e gli dissi che ero pronto a fare subito tutto ci che mi avrebbe chiesto, per difficile che fosse. Ma egli insistette sul periodo di un mese. Alla fine, si alz ed uscimmo sulla terrazza. Dall'altra parte della casa vi era un'altra terrazza, pi grande, dove i nostri amici si trovavano riuniti.
Su ci che si produsse in seguito posso dire ben poco, bench si trattasse proprio della parte pi importante. G. stava parlando con Z. e S. Disse allora qualcosa su di me che non potei sopportare, mi alzai di scatto e andai in giardino. Mi inoltrai poi nel bosco. Camminai a lungo, nell'oscurit, tutto preso da pensieri e da sentimenti straordinari.
Talvolta, mi pareva di aver trovato qualche cosa; in altri momenti l'avevo di nuovo perduto.
Fu cos per un'ora o due. Finalmente, quando le mie contraddizioni e i miei tumulti interiori giunsero al colmo, un pensiero mi travers lo spirito come un lampo, portandomi una giusta comprensione di tutto ci che G. mi aveva detto, e della mia propria posizione. Vidi che G. aveva ragione: tutto ci che avevo considerato in me come solido e degno di fiducia, in realt, non esisteva. Ma avevo trovato qualcosaltro.
Sapevo che G. non mi avrebbe creduto e mi avrebbe riso in faccia, se glielo avessi detto. Per me, tuttavia, non vi era alcun dubbio, e ci che accadde in seguito mostr che avevo ragione.
Mi ero fermato per fumare in una specie di radura, ove restai a lungo. Quando ritornai alla casa, era gi buio sulla piccola terrazza.
Pensando che tutti fossero andati a dormire, raggiunsi la mia camera ed andai a letto anch'io. G. e gli altri stavano invece cenando sulla grande terrazza.
Poco dopo essermi coricato, una strana eccitazione si impadron di nuovo di me, il mio polso si mise a battere con forza, ed ecco che intesi nuovamente la voce di G. nel mio petto. Questa volta non soltanto ascoltavo, ma rispondevo mentalmente, e G. mi intendeva e mi rispondeva. C'era qualche cosa di molto strano in questa conversazione. Cercavo di trovare qualcosa che potesse confermarmela come un fatto, ma invano. Dopo tutto, poteva trattarsi di immaginazione o di un sogno ad occhi aperti. Cos cercai di domandare a G. qualche cosa di concreto che non lasciasse alcun dubbio sulla realt della nostra conversazione o del fatto che egli vi partecipasse, ma non potevo inventar nulla che avesse un peso sufficiente.
A certe domande che gli ponevo e alle quali rispondeva, avrei anche potuto dare risposta io stesso. Avevo anche l'impressione che evitasse le risposte concrete che avrebbero potuto servire pi tardi come 'prove', e che a una o due delle mie domande, desse intenzionalmente soltanto risposte vaghe, ma il sentimento che questa fosse una conversazione era per me molto forte, interamente nuovo ed incomparabile. 
Dopo una lunga pausa, G. mi fece una domanda che mi mise subito in stato di allarme; dopo di che, si arrest come se attendesse una risposta. 
Ci che aveva detto aveva bloccato di colpo tutti i miei pensieri e tutti i miei sentimenti. Non era paura, almeno non si trattava di una paura cosciente come quando si sa di essere spaventati, ma tremavo in tutte le mie membra, ed ero letteralmente paralizzato, a tal punto che non potevo articolare una sola parola, sebbene facessi sforzi terribili per dare una risposta affermativa. 
Sentivo che G. attendeva e che non avrebbe atteso per molto.
Bene, ora siete stanco, mi disse infine, lasciamo stare per un'altra volta.
Cominciai a dire qualcosa, penso che gli chiedessi di aspettare ancora, di darmi un po' di tempo per abituarmi a questo pensiero.
Un'altra volta, disse la sua voce, ora dormite.
E la voce tacque. Per molto tempo non riuscii a prendere sonno. Al mattino, quando uscii sulla piccola terrazza ove eravamo riuniti la sera precedente, G. era seduto nel giardino a una ventina di metri, vicino ad una tavola rotonda; tre dei nostri amici erano con lui.
Domandategli ci che  accaduto la notte scorsa, disse G. quando fui vicino a loro.
Per qualche ragione, ci mi irrit. Feci un mezzo giro e mi diressi verso la terrazza. Al momento di giungervi intesi di nuovo la voce di G. nel mio petto: Stop!
Mi arrestai e mi girai verso G. Egli sorrideva. Ma dove andate? Venite a sedervi qui, disse con la sua solita voce.
Mi sedetti vicino a lui, ma non potevo parlare e non ne avevo il minimo desiderio. Al tempo stesso, sentivo una chiarezza mentale straordinaria e decisi di cercare di concentrarmi su certi problemi che mi erano parsi particolarmente difficili. Mi venne l'idea che, in quello stato insolito, avrei forse potuto trovare risposta alle questioni che non sapevo risolvere con i metodi usuali. 
Mi misi a pensare alla prima triade del raggio di creazione, alle tre forze che costituiscono una sola forza. Quale era il loro senso? Era definibile? Lo si poteva comprendere? Una risposta cominciava a formularsi nella mia testa, ma come cercavo di tradurla in parole, tutto spariva. Volont, coscienza... ma quale era il terzo termine? mi domandavo. Mi pareva che se avessi potuto dargli un nome, avrei compreso subito tutto il resto.
Lasciate stare , disse G. ad alta voce.
Girai gli occhi verso di lui: mi stava guardando.
Questo  ancora molto lontano, disse. Voi non potete ora trovare la risposta. Pensate piuttosto a voi stesso, e al vostro lavoro.
Quelli che sedevano accanto a noi ci guardavano perplessi. G. aveva risposto ai miei pensieri.
Successivamente cominci un'esperienza stranissima che dur per i tre giorni che passammo in Finlandia. In quei tre giorni ci furono moltissime conversazioni sugli argomenti pi svariati. Io fui costantemente in un insolito stato emozionale, che talvolta mi sembrava opprimente.
Come sbarazzarmi di questo stato? domandai a G. Non posso pi sopportarlo.
Preferite dormire? disse.
Certamente no.
Ma allora cosa chiedete? Avete ci che volevate. Fatene uso.
Voi non dormite pi ora!
Non penso che questo fosse del tutto vero. In certi momenti, senza dubbio, 'dormivo'.
Parecchie cose che dissi allora devono aver sorpreso quelli che furono miei compagni in quella strana avventura. Io stesso ero sorpreso di mille cose che notavo in me. Alcune rassomigliavano al sonno, altre non avevano alcun rapporto con la realt. Senza dubbio, inventavo molto. Pi tardi, provai una vera sorpresa al ricordo di tutto ci che avevo detto.
Infine, ritornammo a Pietroburgo. G. doveva partire per Mosca e arrivammo direttamente dalla stazione finlandese alla stazione Nikolaievsky.
Un folto gruppo si era riunito sulla pensilina per prendere commiato quando egli part. Ma il 'miracoloso' non fin per questo. Vi furono ancora nella serata fenomeni nuovi e stranissimi: io 'conversai' con G., continuando a vederlo nello scompartimento del treno che lo conduceva a Mosca.
Nel periodo straordinario che segu, e che dur all'incirca tre settimane, a pi riprese vidi 'gli addormentati'.
Ma questo richiede alcune spiegazioni.
Due o tre giorni dopo la partenza di G., stavo camminando per via Troitsky; e improvvisamente vidi che l'uomo che veniva nella mia direzione era addormentato. Non poteva esserci il minimo dubbio. Bench i suoi occhi fossero aperti, camminava palesemente immerso in sogni che correvano come nubi sul suo viso. Mi venne in mente che se avessi potuto guardarlo abbastanza a lungo, avrei visto i suoi sogni, ossia avrei compreso ci che stava vedendo nei suoi sogni. Ma egli pass oltre. Dopo di lui ne venne un altro, anch'egli addormentato.
Un cocchiere addormentato pass con due clienti addormentati. All'improvviso mi vidi nella situazione del principe della 'Bella addormentata nel bosco'.
Attorno a me, tutti erano addormentati. Era una sensazione precisa che non dava luogo a dubbi. Allora compresi che possiamo vedere, vedere con i nostri occhi, tutto un mondo che abitualmente non vediamo. Queste sensazioni durarono parecchi minuti. Si ripeterono, molto debolmente, il giorno dopo. Ma in seguito feci la scoperta che cercando di ricordarmi di me, potevo intensificarle e prolungarle fino a quando avevo abbastanza energia, per non essere distratto, ossia per non permettere a tutto ci che mi attorniava di attrarre la mia attenzione.
Dal momento in cui questa si lasciava distrarre, cessavo di vedere gli 'addormentati'. Perch ero evidentemente caduto nel sonno a mia volta.
Parlai di queste esperienze soltanto a pochi del nostro gruppo; due di loro, allorch cercavano di ricordarsi di s, avevano sensazioni analoghe.
In seguito tutto ritorn normale.
Non riuscivo a rendermi conto di cosa esattamente fosse accaduto. In me tutto era stato capovolto, ed  evidente che in tutto ci che dissi e pensai durante quelle tre settimane vi fu una gran parte di fantasia.
Ciononostante, mi ero visto, ossia avevo visto in me cose mai viste prima di allora. Questa era una certezza, e sebbene in seguito fossi ridiventato lo stesso uomo di prima, non potevo impedirmi di sapere che ci era accaduto e non potevo dimenticare nulla.
Compresi anche con indubbia chiarezza una verit importante, cio che nessuno dei fenomeni di ordine superiore, talvolta chiamati 'metafisici', ossia trascendenti la categoria dei fatti ordinari osservabili ogni giorno, pu essere osservato o studiato con mezzi ordinari, in uno stato ordinario di coscienza, come si studiano i fenomeni fisici.  completamente assurdo pensare che si possano studiare fenomeni come 'telepatia', 'chiaroveggenza', 'prescienza', 'fenomeni medianici', ecc., allo stesso modo in cui si studiano l'elettricit, i fenomeni metereologici o chimici. Vi  nei fenomeni di ordine superiore qualche cosa che richiede, per la loro osservazione e il loro studio, uno stato emozionale particolare. Ci esclude ogni possibilit di esperienza o di osservazioni 'scientificamente condotte'.
Ero gi arrivato alla stessa conclusione dopo le esperienze che avevo descritto nel Nuovo Modello dell'Universo, nel capitolo 'Misticismo sperimentale', ma ora comprendevo la ragione per cui questo  impossibile.
La seconda conclusione interessante alla quale giunsi,  molto pi difficile da formulare.
Essa si riferisce ad un certo cambiamento nella mia maniera di vedere, di definire a me stesso i miei scopi, aspirazioni, e desideri. Sul momento non ne apprezzai tutta l'importanza. Ma pi tardi, vidi chiaramente che proprio a quel tempo intervennero certi cambiamenti ben definiti nelle mie idee su me stesso e sulle persone attorno a me, ed in modo particolare su ci che mi accontenter di chiamare, senza maggior precisione, 'metodi d'azione'.
Descrivere i cambiamenti stessi mi pare quasi impossibile. Dir soltanto che essi non avevano alcun rapporto con tutto ci che era stato detto in Finlandia, ma erano un risultato diretto delle emozioni che avevo provato in quei giorni. La prima cosa che notai, fu l'indebolimento in me di quell'estremo individualismo che sino ad allora aveva caratterizzato la mia attitudine davanti alla vita.
Cominciai ad avvicinarmi alle persone, e a sentire maggiormente ci che avevo in comune con esse. La seconda cosa, fu che in qualche parte, profondamente dentro di me, compresi il principio esoterico dell'impossibilit della violenza, vale a dire l'inutilit dei mezzi violenti per raggiungere una qualsiasi cosa. Vidi con indubbia chiarezza, e non persi mai in seguito questo sentimento, che i mezzi violenti o i metodi di forza in qualsiasi campo, devono produrre infallibilmente risultati negativi, vale a dire opposti ai fini stessi per i quali vengono applicati. Ci era simile alla non-resistenza di Tolstoi, ma non era la stessa cosa, perch io arrivavo alla stessa conclusione non da un punto di vista etico, ma pratico; non vi arrivavo dal punto di vista del bene o del male, ma dal punto di vista di ci che  pi opportuno e pi efficace.
G. ritorn a Pietroburgo all'inizio di settembre. Cercai allora di interrogarlo su ci che, in realt, era accaduto in Finlandia; mi aveva proprio detto una cosa spaventosa? e perch ero stato spaventato?
Se  stato cos, mi rispose G.,  perch voi non eravate pronto.
Non mi diede altre spiegazioni.
Durante questa visita di G. il 'tratto caratteristico principale' o il 'difetto principale' di ciascuno di noi fu il centro di gravita delle nostre 
conversazioni. G. era pieno di ingegnosit nel definire i tratti caratteristici.
Mi resi conto in tale occasione che  quasi impossibile definire il tratto caratteristico di certe persone. Esso pu nascondersi cos bene dietro diverse manifestazioni convenzionali, da essere quasi impossibile a scoprirsi. E un uomo pu allora considerare se stesso come il suo tratto caratteristico, sicch io potevo chiamare il mio tratto caratteristico 'Ouspensky' o come diceva sempre G., 'Piotr Demianovich'. E non c' possibilit d'errore, dato che il 'Piotr Demianovich' di ognuno si forma per cos dire 'attorno al suo tratto caratteristico'.
Ogni volta che qualcuno di noi non era d'accordo sulla definizione che G. aveva dato del suo tratto caratteristico, G. diceva che il semplice fatto di questo dissenso era sufficiente a provare che egli aveva ragione.
No, non mi riconosco in ci che voi dite, disse uno di noi, ci che io so essere il mio tratto caratteristico principale  molto peggiore.
Ma convengo che gli altri possono vedermi come mi avete descritto.
Voi non sapete niente su di voi, gli disse G. Se vi conosceste meglio, non avreste questo tratto. La gente certamente vi vede come vi ho detto io, ma voi certamente non vi vedete come vi vede la gente.
Se voi accettaste ci che io ho indicato come vostro tratto caratteristico, comprendereste come le persone vi vedono. Se voi trovaste un mezzo per lottare contro questo tratto e distruggerlo, vale a dire distruggere la sua manifestazione involontaria  G. mise l'accento su queste parole  voi produrreste sulle persone non pi l'impressione abituale, ma qualsiasi impressione vogliate. 
Cos incominciarono lunghe conversazioni sull'impressione che un uomo produce sugli altri, e sulla maniera di produrre un'impressione desiderabile o indesiderabile.
Le persone con le quali viviamo vedono sempre il nostro tratto caratteristico, per nascosto che possa essere. Naturalmente, non sono sempre in grado di esprimerlo, ma le loro definizioni sono sovente molto buone e molto appropriate. Prendete i soprannomi, talvolta essi definiscono molto bene il tratto principale.
Queste conversazioni sull'impressione che produciamo, ci portarono ancora una volta alla questione della 'considerazione interiore' e della 'considerazione esteriore'.
Un uomo non pu 'considerare esteriormente' nel modo conveniente, sino a quando rimane installato nel suo tratto principale, disse G. Per esempio, 'Cosi Cos' (egli chiamava cos uno di noi). La sua caratteristica  che egli non  mai in casa. Come potrebbe considerare qualche cosa o qualcuno?
Ero stupefatto della perfezione del tratto che G. aveva schizzato. Non si trattava pi di psicologia, era arte.
E la psicologia deve essere un'arte, replicava G. La psicologia non pu essere semplicemente una scienza.
Ad un altro, egli disse che il suo tratto era di non esistere affatto.
Cercate di comprendere, diceva G., io non vi vedo. Questo non vuoi dire che voi siate sempre cos. Ma quando siete come adesso, voi non esistete assolutamente.
A un terzo, egli dichiar che il suo tratto caratteristico era una tendenza a discutere sempre con tutti, a proposito di tutto. Ma se io non discuto mai! replic costui con calore. Nessuno pot impedirsi di ridere.
G. diceva ancora ad un altro  si trattava ora di quell'uomo di et matura sul quale era stata fatta l'esperienza di separare la personalit dall'essenza, e che aveva domandato della marmellata di lamponi  che il suo tratto caratteristico principale era di non avere alcuna coscienza morale.
E il giorno seguente egli torn per dirci che era stato alla biblioteca pubblica per cercare nei dizionari enciclopedici di quattro lingue il senso delle parole 'coscienza morale'. 
Con un semplice gesto della mano, G. lo fece tacere.
Quanto al secondo soggetto dell'esperienza, G. gli disse che era senza pudore, e lui subito venne fuori con una battuta abbastanza ridicola su se stesso.
G. durante quel soggiorno dovette restare in camera. Si era preso un forte raffreddore e noi ci riunivamo da lui a piccoli gruppi, sulla Liteiny, presso la Nevsky. 
Egli disse un giorno che non aveva alcun senso continuare cos, e che dovevamo infine prendere una decisione: volevamo fare la strada con lui? volevamo lavorare? Oppure non sarebbe stato meglio per noi abbandonare completamente ogni tentativo in questa direzione, dato che un atteggiamento non del tutto serio non poteva dare alcun risultato?
Aggiunse che avrebbe proseguito il lavoro soltanto con coloro che avessero preso una decisione seria e definitiva di lottare contro la loro meccanicit e il loro sonno.
Sin d'ora sapete che non vi si chiede niente di terribile, diceva, ma non ha alcun senso restare seduti tra due sedie. Se qualcuno di voi non vuole svegliarsi, ebbene lasciate che dorma. Egli disse che desiderava parlare a ciascuno di noi separatamente, e che ognuno avrebbe dovuto mostrargli una valida ragione, in base alla quale lui, G., avrebbe dovuto prendersi la briga di venirgli in aiuto.
Senza dubbio penserete che ci mi procuri grandi soddisfazioni, diceva. Oppure pensate che io non abbia nient'altro da fare. Se cos fosse, sareste in grave errore, in ogni caso. Vi sono certamente tante altre cose che potrei fare. E se  a questo che io dedico il mio tempo,  soltanto perch ho uno scopo ben preciso. Dovreste essere gi in grado di comprendere la sua natura, e di riconoscere se fate la mia stessa strada. Non aggiungo altro, ma d'ora in poi lavorer soltanto con quelli che potranno essermi utili per il mio scopo. E potranno essermi utili solo coloro che hanno fermamente deciso di lottare contro 
se stessi, cio contro la loro meccanicit.
Cos la conversazione ebbe fine.
I colloqui di G. con ognuno di noi durarono circa una settimana. Con alcuni egli parl molto a lungo; con altri molto meno. In conclusione, quasi tutti rimasero. 
P., l'uomo di et matura del quale ho parlato a proposito dell'esperimento, se la cav con onore e divenne rapidamente un membro molto attivo del nostro gruppo, ritirandosi soltanto, occasionalmente, in un atteggiamento formale e in una 'comprensione letterale'.
Soltanto due di noi caddero. All'improvviso, quasi per una sorta di magia, essi cessarono di comprendere, e si misero a vedere in tutto ci che diceva G. dell'incomprensione, e una mancanza di simpatia e di sentimento da parte degli altri membri del gruppo.
Questo atteggiamento verso di noi, dapprima diffidente e sospettoso, poi apertamente ostile, arrivato senza che ne conoscessimo il motivo, pieno di accuse strane e del tutto inattese, ci stup molto.
'Noi facevamo mistero di tutto', noi nascondevamo ci che G. aveva detto in loro assenza. Noi raccontavamo storie sul loro conto, affinch G. togliesse loro la sua fiducia. Riferivamo tutto ci che dicevano deformandolo sistematicamente al fine di indurlo in errore, presentandogli i fatti sotto una falsa luce.
Noi avevamo dato a G. una falsa impressione di loro, facendogli vedere le cose all'opposto di come erano.
Al tempo stesso, pure G. era 'completamente cambiato', non era pi quello di una volta, era diventato duro, esigente, privo di cordialit, aveva perso ogni interesse per le persone, aveva cessato di esigere la verit, ora preferiva avere attorno a s persone che avevano paura di dirgli il vero, ipocriti che si incensavano a vicenda pur non cessando di spiarsi l'un l'altro.
Eravamo stupefatti di sentirli parlare cosi. Essi portavano con s un'atmosfera interamente nuova, a noi sconosciuta fino a quel momento.
Ci era molto strano, poich proprio in quel periodo la maggior parte di noi si trovava in una condizione emozionale particolarmente intensa ed eravamo molto ben disposti verso quei due dissenzienti.
Tentammo a pi riprese di parlare di loro a G. La convinzione di costoro, che noi potessimo dare a lui una 'falsa impressione' di loro, lo divertiva moltissimo.
Che razza di apprezzamento del lavoro hanno! diceva, e che miserevole idiota io sono ai loro occhi! Come  dunque facile ingannarmi! Potete vedere come abbiano cessato di comprendere la cosa pi importante: nel lavoro, il maestro non pu essere ingannato.  una legge che dipende da ci che abbiamo detto sul sapere e l'essere. Io posso ingannarvi se ne ho l'intenzione. Ma voi non potete ingannare me. Se fosse altrimenti, voi non avreste nulla da imparare da me, sarei io ad imparare da voi. 
Come dobbiamo parlare loro, e come potremmo aiutarli a ritornare nel gruppo? chiesero alcuni di noi.
Non solo non potete fare nulla, ma non dovete neppure tentare, perch con tali tentativi voi distruggereste la sola possibilit che rimane loro di comprendere e di vedersi.  sempre molto difficile ritornare: deve essere la conseguenza di una decisione assolutamente volontaria, senza l'intervento di una persuasione o costrizione.  evidente che ogni considerazione che essi hanno fatto su di me o su di voi era un tentativo di autogiustificazione, un tentativo di gettare il biasimo sugli altri per provare a s stessi di aver ragione. Questo significa sprofondare sempre di pi nella menzogna. Questa menzogna pu essere distrutta, ma unicamente attraverso la sofferenza. Se gi prima avevano delle difficolt a vedersi, ora sar per loro dieci volte pi difficile.
Altri gli domandarono: Come  potuta accadere una cosa simile? Perch il loro atteggiamento verso tutti noi e verso di voi  cambiato cos all'improvviso e in modo imprevedibile?
Questa  la prima volta che assistete ad un caso simile, rispose G., quindi vi pare strano; ma in seguito vedrete come sia frequente e constaterete come si produca sempre allo stesso modo. Infatti, star seduti tra due sedie  impossibile, ma la gente pensa sempre che sia possibile, cio che si possano acquisire qualit nuove pur rimanendo come si ; non lo pensano coscientemente, beninteso, ma ci non cambia niente.
Ma cos' che vogliono difendere soprattutto?  il diritto di avere il proprio modo di giudicare idee e persone, cio proprio la cosa pi nefasta per loro.
Sono pazzi, e lo sanno, o almeno c' stato un tempo in cui se ne sono resi conto, ed  per questo che sono venuti all'insegnamento.
Ma ben presto se ne sono gi del tutto dimenticati! E ora portano nel lavoro i loro propri atteggiamenti soggettivi e meschini: cominciano ad esprimere giudizi su di me e sugli altri, come se fossero in grado di giudicare; questo si riflette immediatamente nel loro atteggiamento verso le idee e tutto ci che io dico. Gi 'accettano questo' ma non 'accettano quello'; per una cosa sono d'accordo, per l'altra no; mi danno la loro fiducia in un caso, ma in un altro sono diffidenti.
Ma il pi buffo  che immaginano di essere capaci di 'lavorare' in simili condizioni, cio senza avere completa fiducia in me e senza una totale accettazione. In realt questo  assolutamente impossibile. Le loro restrizioni o la loro diffidenza riguardo qualcosa fanno s che essi si mettano immediatamente ad inventare qualcos'altro di testa loro.
E le 'interpretazioni' cominciano, nuove teorie e nuove spiegazioni che non hanno nulla in comune col lavoro, n con ci che ho detto io.
Allora cominciano a trovare errori o difetti in tutte le mie parole, in tutti i miei atti e in tutto ci che gli altri dicono o fanno. A partire da quel momento, io comincio a parlare di cose che non conosco o di cui non ho neppure idea, ma che loro sanno e comprendono molto meglio di me. Tutti gli altri componenti del gruppo sono pazzi, idioti, ecc. ecc. 
Quando un uomo comincia a dire cose di questo genere, io so gi tutto ci che dir in seguito. E anche voi lo saprete dalle conseguenze.
Ci che  divertente,  che la gente pu vedere questo quando si tratta degli altri, ma quando sono loro stessi ad andare fuori strada, la loro possibilit di vedere cessa all'istante.  una legge.  difficile scalare la collina, ma molto facile ruzzolare gi. Non provano neppure imbarazzo a parlare a questo modo con me o con gli altri. E, soprattutto, pensano che ci possa andare d'accordo con un certo genere di 'lavoro'.
Non vogliono neppur capire che quando un uomo  arrivato a quel punto, la sua canzonetta  finita.
Inoltre, avrete notato che quei due sono amici. Se fossero separati, se ognuno seguisse la sua strada, sarebbe per loro pi facile vedere la propria situazione e ritornare. Ma essi sono ciechi e si incoraggiano reciprocamente nelle loro debolezze. Adesso, uno non pu ritornare senza l'altro. Ciononostante, anche se volessero ritornare, io non prenderei che uno dei due, e non l'altro.
Perch?, domand uno dei presenti. 
Questa  un'altra questione, disse G. Nel caso presente sarebbe semplicemente per permettergli di domandarsi chi conta di pi per lui, se io o il suo amico.
Se  il suo amico, allora non c' nulla da dirgli, ma se sono io, deve abbandonare il suo amico e ritornare solo. Pi tardi anche l'altro potr ritornare.
Ma (per ora) essi si aggrappano l'uno all'altro e si intralciano lun l'altro. Ecco un perfetto esempio del male che le persone possono farsi quando voltano le spalle a ci che vi  di buono in loro. 
In ottobre, ero con G. a Mosca. 
Il suo piccolo appartamento della Bolshaia di Dmitrovka mi stup per la sua atmosfera. Era arredato in stile orientale: pavimenti e muri sparivano sotto i tappeti, pure i soffitti erano rivestiti con scialli di seta. Le persone che vi entravano, tutti allievi di G., non avevano paura di stare in silenzio. Gi questo era qualcosa di insolito. La gente entrava, si sedeva, fumava; non si sentiva una sola parola, talvolta per ore. E non vi era nulla di sgradevole n di opprimente in quel silenzio; anzi, c'era un sentimento di sicurezza tranquilla; ci si sentiva liberi dalla necessit di recitare una parte artificiale e forzata. Ma sui curiosi o sui visitatori casuali, quel silenzio produceva un'impressione molto strana. Essi si mettevano a parlare senza interruzione come se avessero paura di arrestarsi e di provare qualche cosa; oppure si offendevano immaginando che il 'silenzio' fosse diretto contro di loro, per far sentire 
come gli allievi di G. fossero loro superiori, e per far comprendere come non valesse neppur la pena di parlare con loro; altri trovavano quel silenzio stupido, comico, 'innaturale'; ai loro occhi metteva in evidenza le nostre peggiori caratteristiche, particolarmente la nostra debolezza e la nostra subordinazione completa a G., che ci 'tiranneggiava'.
G. decise persino di prendere nota delle reazioni al silenzio dei vari tipi di visitatori. Mi resi conto allora che la gente temeva il silenzio pi che ogni altra cosa, e che la tendenza a parlare senza posa non era che un riflesso di difesa, basato sul rifiuto di vedere qualche cosa, un rifiuto di confessare qualcosa a s stessi. Notai ben presto una propriet ancora pi strana dell'appartamento di G. In quel luogo non era possibile mentire. Una menzogna traspariva subito, diventava evidente, tangibile e certa.
Una volta, vedemmo arrivare un uomo che G. conosceva vagamente. L'avevo gi incontrato, poich talvolta veniva ai gruppi di G. Eravamo tre o quattro nell'appartamento, G. non c'era. 
Dopo essere stato per un po' in silenzio, egli si mise a dire che aveva appena incontrato un amico che gli aveva dato notizie straordinariamente  interessanti sulla guerra, sulle possibilit di pace, e cos via. All'improvviso, in modo completamente inatteso per me, sentii che quelluomo mentiva. Non aveva incontrato nessuno, e nessuno gli aveva detto niente. Tutto si fabbricava nella sua testa sul momento, semplicemente perch il silenzio gli era insopportabile.
Io provavo un certo disagio a guardarlo. Mi sembrava che, se avesse potuto incontrare il mio sguardo, si sarebbe reso conto che io vedevo che egli mentiva.
Sbirciai gli altri e vidi che sentivano come me, e potevano a malapena reprimere i loro sorrisi... Osservai allora colui che parlava e vidi che solo lui non notava nulla e continuava a parlare velocemente, trasportato sempre pi dall'argomento, non rendendosi conto degli sguardi che, senza volerlo, ci scambiavamo fra noi.
Questo non fu l'unico caso. Mi ricordai allora degli sforzi che avevamo fatto per descrivere le nostre vite e delle 'intonazioni' che prendevano le nostre voci allorch cercavamo di nascondere certi fatti. Mi resi conto che anche qui tutto stava nelle intonazioni. Allorch un uomo chiacchiera o semplicemente attende un'occasione per mettersi a parlare, egli non nota l'intonazione degli altri ed  incapace di distinguere le menzogne dalla verit. Ma appena si tranquillizza, ossia si sveglia un poco, egli percepisce le differenze d'intonazione e comincia a discernere le menzogne degli altri.
Su questo argomento m'intrattenni sovente con gli altri allievi di G. Parlavo loro di ci che era accaduto in Finlandia, e degli 'addormentati' che avevo visto nelle strade a Pietroburgo. Ci che provavo qui, nell'appartamento di G., di fronte a coloro che mentivano meccanicamente, mi ricordava molto l'impressione provata riguardo agli 'addormentati'.
Desideravo moltissimo presentare a G. qualcuno dei miei amici di Mosca, ma tra tutti coloro che incontrai durante il mio soggiorno, uno solo, il mio vecchio amico giornalista V. A. A., mi diede l'impressione di essere sufficientemente vivo. Bench fosse come sempre sovraccarico di lavoro e pieno d'impegni, egli si mostr molto interessato quando gli parlai di G. e l'invitai a pranzo da lui. G. convoc una quindicina dei suoi e organizz un pranzo, sontuoso per quei tempi di guerra, zakouski, pts, shashlik, vini di khaghetia ed altri splendori, in una parola, uno di quei festini alla moda del Caucaso, che cominciano a 
mezzogiorno e durano fino a sera.
G. fece sedere A. vicino a s, fu molto gentile. Si cur di lui tutto il tempo, versandogli lui stesso da bere. Il cuore mi venne meno all'improvviso quando compresi a quale test avevo esposto il mio amico. Il fatto era che noi tutti stavamo in silenzio. Per cinque minuti, egli si comport da eroe, poi cominci a parlare. Parl della guerra, di tutti i nostri alleati, dei nostri nemici; ci comunic l'opinione di tutti gli uomini pi in vista di Mosca e di Pietroburgo su tutti i soggetti possibili; poi parl dell'essiccazione dei legumi per l'esercito (di cui egli si stava attualmente occupando, oltre al suo lavoro di giornalista), in modo particolare dell'essiccazione delle cipolle; poi dei concimi artificiali, della chimica applicata all'agricoltura e della chimica in generale, delle bonifiche dei terreni; dello spiritismo, della 'materializzazione delle mani' e di non so pi che cos'altro. N G., n alcuno di noi disse una sola parola. Ero sul punto di intervenire per paura che A. si offendesse, ma G. mi lanci uno sguardo cos feroce che mi fermai all'istante.
D'altronde, i miei timori erano vani. Il povero A. non notava nulla, era tutto contento di parlare, e talmente preso da ci che diceva, dalla sua propria eloquenza, che non si interruppe un solo istante sino alle quattro. Poi, con molto calore, strinse le mani di G. e lo ringrazi per la sua 'conversazione molto interessante'. G. guardandomi ebbe un riso malizioso.
Ero veramente mortificato. Avevamo messo in ridicolo il povero A. che, non potendo certamente aspettarsi nulla di simile, era stato preso nella trappola. Compresi che G. aveva voluto dare ai suoi una dimostrazione.
Avete visto? egli disse, quando A fu uscito.  ci che si pu chiamare un uomo intelligente, ma non si sarebbe reso conto di nulla, anche se gli avessi tolto i pantaloni. Lasciatelo dunque parlare, egli non desidera che questo, e tutti sono cos. Quest'uomo poi  migliore di tanti altri: non ha detto bugie.
Conosceva realmente ci di cui parlava, a modo suo, beninteso. Ma a che scopo? domando. Non  pi giovane. Ed era forse l'unica volta in vita sua che gli si offriva una possibilit di ascoltare la verit; ma egli ha parlato per tutto il tempo.
Ricordo ancora un altro incontro con G. a Mosca. Quella volta, fu G. che si rivolse a me: Qual  secondo voi la cosa pi importante che avete imparato fino ad ora?
Le esperienze che ho avuto nel mese di agosto, naturalmente. Se fossi in grado di provocarle a volont e di utilizzarle, non domanderei di pi, giacch penso che sarei allora in grado di trovare tutto il resto. Ma nello stesso tempo, so che queste 'esperienze'  scelgo questa parola poich non ce n' un'altra, ma voi sapete bene di cosa parlo  (con un cenno della testa egli annu) dipendevano dallo stato emozionale nel quale mi trovavo allora. Se potessi creare in me stesso questo stato emozionale, ritroverei molto rapidamente quelle esperienze. Ma me ne sento infinitamente lontano, come se fossi addormentato. Oggi 'dormo'; ieri ero 'sveglio'. Come pu essere creato questo stato emozionale? Ditemelo.
In tre modi, rispose G. In primo luogo, questo stato pu venire da solo, per caso. In secondo luogo, qualcun altro pu crearlo in voi. In terzo luogo, siete voi stesso che potete crearlo. Quale modo preferite?
Confesso che per un secondo sentii molto forte il desiderio di dire che preferivo che fosse qualcun altro, cio lui, a creare in me lo stato emozionale di cui parlavo. Ma mi resi subito conto che mi avrebbe risposto di averlo gi fatto una volta, e che ora non mi restava che aspettare che questo venisse da solo, oppure fare io stesso qualche cosa per ottenerlo. 
Voglio crearlo io stesso, naturalmente, dissi. Ma come fare?
Vi ho gi detto prima che  necessario il sacrificio, rispose G. Senza sacrificio niente pu essere raggiunto. Ma se vi  una cosa al mondo che la gente non capisce,  appunto l'idea del sacrificio. Credono di dover sacrificare qualcosa che hanno. Per esempio, ho detto un giorno che dovevano sacrificare 'fede', 'tranquillit' e 'salute'. Essi lo prendono alla lettera. Come se avessero la 'fede', la 'tranquillit' o la 'salute'. In realt, devono soltanto sacrificare ci che immaginano di avere, e che invece non possiedono affatto. Devono sacrificare le loro fantasie. Ma ci  difficile per loro, molto difficile.  molto pi facile sacrificare cose reali.
 un'altra la cosa che si deve sacrificare:  la propria sofferenza: e non vi  nulla di pi difficile. Un uomo rinuncer a qualsiasi piacere piuttosto che alla propria sofferenza. L'uomo  fatto in modo tale che vi  attaccato pi che a qualsiasi altra cosa. Eppure,  indispensabile essere liberi dalla sofferenza. Chi non ne sia libero, chi non abbia sacrificato la sua sofferenza, non pu lavorare. Pi tardi avr ancora molto da dire a questo proposito. Niente pu essere raggiunto senza la sofferenza, ma allo stesso tempo, si deve cominciare col sacrificare la sofferenza. Decifrate ci che questo vuol dire.
Mi fermai a Mosca una settimana, poi ritornai a Pietroburgo con una provvista di idee e di impressioni nuove. Ed  qui che accadde un piccolo fatto interessante che mi diede la chiave di molti aspetti dell'insegnamento e dei metodi di G.
Durante il mio soggiorno a Mosca, gli allievi di G. mi avevano spiegato diverse leggi relative all'uomo e al mondo; fra l'altro mi avevano mostrato di nuovo la 'tavola degli idrogeni', come noi la chiamavamo a Pietroburgo, ma in una forma considerevolmente ampliata. Per esempio, accanto alle tre scale di idrogeni che G. aveva precedentemente stabilito per noi, essi avevano adottato la seguente riduzione e costruito in tutto dodici scale.
In una tale forma, la tavola era difficilmente comprensibile e io non riuscivo a convincermi della necessit di scale ridotte.
Prendiamo, per esempio, la settima scala, diceva P. L'assoluto qui  l'idrogeno 96. Il fuoco pu essere preso come esempio di idrogeno 96. Il fuoco  allora l'Assoluto per un pezzo di legno. Prendiamo la nona scala. Qui l'Assoluto  l'idrogeno 384, ovvero lacqua. L'acqua sar l'Assoluto per un pezzo di zucchero.
Non riuscivo tuttavia ad afferrare il principio in base al quale sarebbe stato possibile determinare con esattezza quando utilizzare una tale tavola. P. mi mostr una tavola che andava sino alla quinta scala ed era in relazione a livelli paralleli nei differenti mondi. Io non ne ricavai nulla. Cominciavo a domandarmi se non sarebbe stato possibile collegare queste diverse scale ai differenti cosmi. Tuttavia, essendomi troppo soffermato su questo pensiero, presi una direzione completamente sbagliata, poich i cosmi naturalmente non avevano la minima relazione con le divisioni della scala. Nel contempo, mi sembrava di non comprendere pi niente delle 'tre ottave di radiazioni' da cui G. aveva ricavato la prima scala di idrogeni. Lo scoglio principale era qui la relazione delle tre forze 1, 2, 3 e 1, 3, 2 e le relazioni tra 'carbonio', 'ossigeno' ed 'azoto'.
Contemporaneamente, comprendevo che si trattava di qualche cosa di importante. E lasciai Mosca col sentimento che non solo non avevo appreso nulla di nuovo, ma che, a quanto pareva, avevo perduto ci che gi conoscevo, vale a dire ci che credevo di avere gi compreso.
Avevamo convenuto, nel nostro gruppo, che chiunque andasse a Mosca e ricevesse nuove spiegazioni o nuove idee, doveva, al suo ritorno, farne integralmente parte agli altri.
Ma nel vagone che mi conduceva a Pietroburgo, mentre rivedevo mentalmente con attenzione tutto ci che avevo inteso a Mosca, sentivo che non sarei stato capace di comunicare ai miei amici la cosa pi importante, perch non la comprendevo io stesso. Ci mi irritava, non sapevo che fare. In questo stato d'animo arrivai a Pietroburgo, e mi recai l'indomani alla nostra riunione.
Tentando di ricostituire per quanto possibile i differenti punti di partenza dei 'diagrammi'  chiamavamo cos la parte dell'insegnamento di G. relativa alle questioni generali alle leggi  mi misi ad evocare le impressioni generali del mio viaggio. Mentre stavo parlando, un'altra questione occupava il mio pensiero: 'Da dove cominciare? Che significa la transizione dal 2,3 al 3,2? Si pu trovare tale transizione tra i fenomeni da noi conosciuti?
Sentivo di dover trovare una risposta subito, immediatamente, perch se non avessi trovato qualcosa io stesso, non avrei potuto dire nulla agli altri.
Cominciai a tracciare il diagramma alla lavagna. Era il diagramma delle tre ottave di radiazioni: Assoluto -Sole -Terra -Luna. Eravamo gi abituati a questa terminologia e alla forma di esposizione di G. Ma non sapevo affatto ci che avrei detto in seguito, che essi non conoscessero gi.
All'improvviso mi venne alla mente una semplice parola che nessuno aveva pronunciato a Mosca, ma che colleg e spieg tutto: 'un diagramma mobile'. Compresi che era indispensabile rappresentarselo come un diagramma mobile, tutti gli anelli del quale potessero scambiare posto come in qualche danza mistica.
Sentivo una tal ricchezza in queste parole che per un certo tempo non sentii io stesso ci che stavo dicendo. Ma dopo aver raccolto i miei pensieri, vidi che i miei compagni mi ascoltavano e che avevo spiegato loro tutto ci che io stesso non capivo mentre stavo recandomi alla riunione. Ci mi diede una sensazione straordinariamente forte e chiara, come se avessi scoperto per me stesso nuove possibilit, un nuovo metodo di percezione e di comprensione legato al fatto di dare delle spiegazioni agli altri. E, sotto l'impulso di questa sensazione, subito dopo aver detto che esempi e analogie della transizione delle forze 1, 2, 3 e 1, 3, 2 potevano essere trovati nel mondo reale, vidi all'improvviso tali esempi sia nell'organismo umano, che nel mondo 
astronomico e, in meccanica, nei movimenti ondulatori.
Ebbi in seguito un colloquio con G. sulle varie scale delle quali non vedevo la ragione d'essere.
Noi sprechiamo il nostro tempo a decifrare enigmi, dicevo. Non sarebbe pi semplice aiutarci a risolverli pi rapidamente? Voi sapete che molte altre difficolt ci attendono, ma di questo passo non le raggiungeremo neppure. Voi stesso, molto sovente, non ci avete detto che avevamo poco tempo?
 precisamente perch il tempo manca e molte difficolt ci attendono, rispose G., che  indispensabile fare come faccio io. Se fin d'ora voi siete spaventato da queste difficolt, che accadr pi tardi? Pensate che nelle scuole qualche cosa venga dato in forma completa? Voi considerate tutto questo in modo molto ingenuo. Bisogna essere furbi, bisogna far finta; parlando con le persone, dovete condurle fino al fondo delle cose. Certe cose si apprendono talvolta a partire da un aneddoto o da una battuta scherzosa. E voi vorreste che tutto fosse semplice. Ci non capita mai. Voi dovete sapere come prendere quando nulla viene dato, come rubare se  necessario, e non sempre aspettare che tutto venga offerto. 
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CAPITOLO QUATTORDICESIMO.
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Quando G. rimaneva a parlare con noi, dopo le conferenze alle quali erano state ammesse persone estranee, era solito ritornare su certi punti.
Il primo era il 'ricordarsi di s' e la necessit di lavorare su di s al fine di potervi riuscire; il secondo era l'imperfezione del nostro linguaggio, la difficolt di far passare attraverso le parole la 'verit oggettiva'.
Come ho gi detto, G. dava alle espressioni 'oggettivo' e 'soggettivo' un senso speciale, prendendo come base la divisione degli stati di coscienza in 'soggettivi' e 'oggettivi'. Egli definiva soggettiva tutta la nostra conoscenza ordinaria, basata su ordinari metodi di osservazione e di verifica delle osservazioni; cos, chiamava soggettive le teorie scientifiche dedotte dalla osservazione di fatti a noi accessibili negli stati soggettivi di coscienza. La conoscenza fondata sugli antichi metodi e principi di osservazione, la conoscenza delle cose in s stesse, la conoscenza che si accompagna a 'uno stato oggettivo di coscienza', la conoscenza del Tutto, era per lui la conoscenza oggettiva.
Cercher di scrivere ci che segue, servendomi sia di note prese da allievi di G. a Mosca, sia di mie note sulle conversazioni di Pietroburgo.
Una delle idee centrali della conoscenza oggettiva, diceva G.,  l'idea dell'unit di tutte le cose, dell'unit nella diversit. Sin dai tempi pi antichi, gli uomini che realizzarono il contenuto di questa idea e ne compresero il senso e videro in essa la base della conoscenza oggettiva, si sono sforzati di trovare il modo di trasmettere questa idea in una forma comprensibile. Una giusta trasmissione delle idee della conoscenza oggettiva ha sempre fatto parte del compito di coloro che la possedevano. In tal caso l'idea dell'unit di tutte le cose, in quanto idea centrale e fondamentale, doveva essere trasmessa per prima e in modo integrale ed esatto.
Si cercava dunque di metterla in forme tali da assicurarne la giusta percezione da parte degli altri, evitando il 
rischio di deformazioni e corruzioni. A questo fine, le persone alle quali era trasmessa dovevano ricevere una conveniente preparazione; in quanto all'idea stessa, era presentata sia in una forma logica  come nei sistemi filosofici che mirano a dare una definizione del 'principio fondamentale' o 'archetipo' da cui tutto ha origine  sia in forma di insegnamento religioso tendente a creare un elemento di fede e a provocare un'onda emozionale capace di portare le persone al livello della 'coscienza oggettiva'.
I tentativi fatti con pi o meno successo, sia nell'una che nell'altra forma, attraversano tutta la storia dell'umanit, dalle origini fino ai nostri giorni e, sotto l'aspetto di credenze religiose o di dottrine filosofiche, rimangono come monumenti a testimoniare gli sforzi compiuti per unire il pensiero dell'umanit e il pensiero esoterico.
Ma la conoscenza oggettiva, l'idea dell'unit inclusa, appartiene soltanto alla coscienza oggettiva. Quando le forme che esprimono questa conoscenza sono percepite dalla coscienza soggettiva, esse sono inevitabilmente distorte, e in luogo della verit, generano sempre pi errori.
Con la coscienza oggettiva  possibile vedere e sentire l 'unit' di tutte le cose'. Ma per la coscienza soggettiva, il mondo  spezzettato in milioni di fenomeni separati e senza legame. Gli sforzi fatti per mettere questi fenomeni in relazione, per riunirli in qualche sistema, scientifico o filosofico non portano a nulla, perch gli uomini non possono ricostruire l'idea del Tutto, partendo da fatti isolati, essi non possono intuire i principi della divisione del Tutto senza conoscere le leggi sulle quali si basa questa divisione.
Certo, l'idea dell'unit di tutte le cose esiste anche nel pensiero razionale, ma in esso l'esatta relazione con la diversit non pu mai essere chiaramente espressa con parole o in forma logica. Resta sempre l'insormontabile difficolt del linguaggio. Un linguaggio che si  formato esprimendo impressioni di pluralit e diversit in stati di coscienza soggettivi non pu mai trasmettere in modo abbastanza chiaro e completo l'idea dell'unit, intellegibile ed evidente soltanto nello stato oggettivo di coscienza.
Rendendosi conto dell'imperfezione e della debolezza del linguaggio ordinario, gli uomini che possedevano la conoscenza oggettiva hanno cercato di esprimere l'idea dell'unit sotto forma di 'miti', di 'simboli', e di 'aforismi' particolari che, trasmessi senza alterazione, hanno tramandato questa idea da una scuola all'altra, sovente da un'epoca all'altra.
 gi stato detto che, negli stati superiori di coscienza, funzionano nell'uomo i centri psichici superiori: il centro 'emozionale superiore', ed il centro 'intellettuale superiore'. Lo scopo dei 'miti' e dei 'simboli' era di raggiungere i centri superiori, di trasmettere all'uomo idee inaccessibili alla sua ragione, di trasmettergliele in forme tali da escludere ogni falsa interpretazione. I 'miti' erano destinati al centro 'emozionale superiore'; i 'simboli' al centro 'intellettuale superiore'. Per questa ragione, tutti i tentativi per comprendere o spiegare, con la sola ragione, i 'miti' e i 'simboli', come pure gli 'aforismi' che danno un riassunto del loro contenuto, sono destinati in partenza a fallire.
 sempre possibile comprendere ogni cosa, ma a condizione di usare il centro appropriato.
La preparazione, senza la quale non sarebbe possibile ricevere le idee della conoscenza oggettiva, deve farsi per mezzo del pensiero, poich soltanto un pensiero ben preparato pu trasmettere queste idee ai centri superiori, senza introdurvi elementi estranei.
I simboli impiegati per trasmettere le idee della conoscenza oggettiva racchiudevano i diagrammi delle leggi fondamentali dell'universo, e non trasmettevano soltanto la conoscenza stessa, ma indicavano anche la via per raggiungerla. Lo studio dei simboli, della loro struttura e del loro significato costituiva una parte molto importante della preparazione senza la quale non  possibile ricevere la conoscenza oggettiva, ed era di per s un test, perch una comprensione letterale o formale dei simboli rende subito impossibile ricevere ogni ulteriore conoscenza.
I simboli erano suddivisi in fondamentali e secondari. I primi comprendevano i principi dei differenti rami della conoscenza; i secondi esprimevano la natura essenziale dei fenomeni in relazione con l'unit.
Tra gli aforismi che riassumevano il contenuto di numerosi simboli, ve n'era uno di particolare importanza: Come in alto, cos in basso, parole della 'Tavola Smeraldina' di Ermete Trismegisto. Questo aforisma significava che tutte le leggi del cosmo potevano essere trovate sia nell'atomo, sia in ogni altro fenomeno esistente come qualcosa di completo in accordo a certe leggi. Lo stesso significato era contenuto nell'analogia stabilita tra il microcosmo, l'uomo, e il macrocosmo, l'universo. Le leggi fondamentali delle triadi e delle ottave penetrano tutte le cose e debbono essere studiate simultaneamente nell'uomo e nell'universo. Ma l'uomo  per s stesso un oggetto di studio e di conoscenza pi vicino e pi accessibile che il mondo dei fenomeni al di fuori di lui. Di conseguenza, se si sforza di arrivare alla conoscenza dell'universo, deve incominciare con lo studio di s stesso e delle leggi fondamentali che 
agiscono in lui.
Da questo punto di vista, un altro aforisma: Conosci te stesso, assume un senso particolarmente profondo ed  uno dei simboli che portano alla conoscenza della verit. Cos, lo studio del mondo e lo studio dell'uomo si sosterranno l'un l'altro. Studiando l'universo e le sue leggi, l'uomo studier se stesso, e studiando se stesso, studier l'universo. In questo senso, ciascun simbolo ci insegna qualcosa su noi stessi. 
Ci si pu avvicinare alla comprensione dei simboli nel modo seguente: studiando il mondo fenomenico un uomo vedr in ogni cosa la manifestazione di due principi, uno contrario all'altro, che, se congiunti oppure opposti, producono questo o quell'altro risultato, riflettendo la natura essenziale degli stessi principi che lo hanno creato. Un uomo vede simultaneamente nel cosmo e in s stesso questa manifestazione delle leggi di dualit e trinit, ma, in rapporto al cosmo, egli  un semplice spettatore, vedendo solo la superficie dei fenomeni che a lui sembrano muoversi in una sola direzione, bench in realt si muovano in direzioni molteplici. In rapporto a s stesso invece, la sua comprensione della legge di dualit e di trinit pu esprimersi in modo pratico; quando comprende realmente queste leggi, egli pu circoscriverne la manifestazione alla linea permanente di lotta contro s stesso sulla via della conoscenza di s. In questo modo, egli introduce la linea della volont dapprima nel cerchio del tempo, poi nel ciclo dell'eternit, il cui compimento creer in lui il grande simbolo conosciuto sotto il nome di Sigillo di Salomone.
Trasmettere il significato dei simboli a un uomo che non ne abbia gi avuto una comprensione in s stesso,  impossibile. Questo sembra un paradosso, ma il significato di un simbolo e la rivelazione della sua essenza possono soltanto essere dati ad un uomo che li pu capire, perch, per cos dire, gi conosce ci che  racchiuso in questo simbolo.
Il simbolo diventa allora per lui una sintesi della sua conoscenza e gli serve ad esprimerla e a trasmetterla. I simboli pi semplici: o i numeri 2, 3, 4, 5, 6, che li esprimono, hanno un significato preciso in rapporto allo sviluppo interiore dell'uomo; essi mostrano i differenti gradi sulla via del perfezionamento di s e della crescita del suo essere.
L'uomo nella sua comune condizione  considerato come una dualit, egli  interamente costituito di dualit o di 'coppie di contrari'. Tutte le sensazioni dell'uomo, le sue impressioni, emozioni, pensieri sono divisi in positivi e negativi, utili e nocivi, necessari e superflui, buoni e cattivi, piacevoli e spiacevoli. Il lavoro dei centri si fa sotto il segno di questa divisione. I pensieri si oppongono ai sentimenti, gli impulsi motori si oppongono al bisogno istintivo di quiete. In questa dualit si effettuano tutte le percezioni, tutte le reazioni, tutta la vita dell'uomo.
Per poco che un uomo sia capace di osservarsi, potr riconoscere in se stesso questa dualit.
Questa dualit ha tuttavia fasi alterne, il vincitore d'oggi  il vinto di domani; ci che ci domina oggi sar domani secondario, subordinato.
E tutto  egualmente meccanico, egualmente indipendente dalla volont, egualmente privo di scopo. La comprensione della dualit in noi stessi, comincia dal momento in cui ci rendiamo conto della nostra meccanicit e arriviamo a percepire la differenza tra ci che  automatico e ci che  cosciente. Questa comprensione deve essere preceduta dalla distruzione di quella menzogna a s stessi, che consiste nel considerare le proprie azioni, anche le pi meccaniche, come atti volontari e coscienti, e nel considerare s stessi come esseri unitari e intieri.
Quando questa menzogna  distrutta e l'uomo comincia a vedere in s la differenza tra ci che  meccanico e ci che  cosciente, comincia allora la lotta per realizzare la coscienza nella vita, per subordinare ci che  automatico a ci che  cosciente. A questo fine, l'uomo fa degli sforzi per prendere una decisione definitiva, basata su motivi coscienti, di lottare contro i processi automatici che si effettuano in lui secondo le leggi della dualit. La creazione di questo terzo principio permanente,  per l'uomo la trasformazione della dualit in trinit.
Se poi conferma questa decisione e la introduce costantemente e immancabilmente in tutte le circostanze in cui accidentali shock neutralizzanti erano soliti agire e dare risultati accidentali, questo dar una linea permanente di risultati nel tempo, e sar la trasformazione del ternario in quaternario.
Il grado seguente, la trasformazione del quattro in cinque e la costruzione del pentagramma, non ha uno solo, ma numerosi e differenti significati in rapporto all'uomo. Ora, tra di essi, ve n' uno che deve essere insegnato anzitutto, e che non si pu mettere in dubbio: esso concerne il lavoro dei centri.
Lo sviluppo della macchina umana e l'arricchimento dell'essere incominciano con un funzionamento nuovo e inconsueto di questa macchina.
Sappiamo che l'uomo ha cinque centri: intellettuale, emozionale, motore, istintivo e sessuale. Lo sviluppo predominante dell'uno o dell'altro centro, a spese degli altri, produce un tipo di uomo unilaterale, incapace di ogni ulteriore sviluppo. Ma se l'uomo porta il lavoro dei suoi cinque centri, a un accordo armonioso, 'il pentagramma si chiude', ed egli diviene un tipo compiuto di uomo fisicamente perfetto.
Il pieno e giusto funzionamento dei cinque centri porta alla loro unione con i centri superiori, introducendo cos un principio che fino allora era stato assente, mettendo l'uomo a contatto diretto e permanente con la coscienza oggettiva e la conoscenza oggettiva. L'uomo diviene allora la 'stella a sei punte', vale a dire che ritirandosi all'interno di un cerchio di vita indipendente e completo in s stesso, egli resta isolato dalle influenze esterne o dagli shock accidentali; egli incarna in s stesso il Sigillo di Salomone. 
Nel caso presente, la serie dei simboli dati  2, 3, 4, 5 e 6   interpretata come applicabile ad un solo processo. Ma anche questa interpretazione  incompleta, perch un simbolo non pu mai essere interpretato in modo completo; pu solo essere sperimentato e vissuto, cosi come deve, ad esempio, essere sperimentata l'idea della conoscenza di s.
Questo stesso processo di sviluppo armonioso dell'uomo, pu essere considerato dal punto di vista di un altro sistema di simboli, quello della legge d'ottava. Secondo la legge d'ottava, ogni processo completo  il passaggio di una nota do alla nota do dell'ottava superiore, attraverso una serie di toni successivi. I sette toni fondamentali della scala dell'ottava esprimono la legge del sette. L'addizione del do dell'ottava superiore, che  il coronamento del processo, d l'ottavo gradino. I sette toni fondamentali, con i due 'intervalli' fanno nove gradini. Se aggiungiamo il do della nuova ottava, avremo dieci gradini. L'ultimo e il decimo gradino  la fine del ciclo precedente e l'inizio del seguente.
Cos, la legge d'ottava e il processo di sviluppo che essa esprime, racchiudono tutti i numeri da 1 a 10. A questo punto arriviamo a ci che si potrebbe chiamare il simbolismo dei numeri. Il simbolismo dei numeri non pu essere compreso senza la legge d'ottava, o senza una concezione chiara del modo in cui le ottave trovano la loro espressione nel sistema decimale e viceversa.
Nei sistemi occidentali d'occultismo esiste un metodo conosciuto sotto il nome di addizione teosofica che d il significato dei numeri di due o pi cifre basandosi sulla somma di queste cifre. Per coloro che non comprendono il simbolismo dei numeri, questo modo di sintetizzare sembra assolutamente arbitrario e sterile. Ma per un uomo che comprende l'unit di tutto ci che esiste, e che possiede la chiave di questa unit, il metodo dell'addizione teosofica ha un senso profondo, perch essa riconduce tutta la diversit alle leggi fondamentali che la governano, e che sono espresse nei numeri da 1 a 10.
Come si  gi detto, nella scienza delle figure simboliche i numeri corrispondono a determinate figure geometriche che sono loro complementari. Nella 'cabala' viene fatto uso anche di una simbologia delle lettere e, in combinazione con la simbologia delle lettere, una simbologia delle parole. La combinazione dei quattro metodi di simbolismo  dei numeri, delle figure geometriche, delle lettere e delle parole  d un metodo complesso, ma pi perfetto.
Esiste anche una simbologia della magia, una simbologia dell'alchimia, una simbologia dell'astrologia, e il sistema dei simboli dei Tarocchi che li unisce in un insieme.
Ognuno di questi sistemi pu servire come mezzo per trasmettere l'idea dell'unit, ma nelle mani degli ignoranti e degli incompetenti, anche se pieni di buone intenzioni, lo stesso simbolo diventa uno 'strumento di errore'. La ragione consiste nel fatto che un simbolo non pu mai essere preso in un significato ultimo e definitivo. Esprimendo le leggi dell'unit nella diversit infinita, il simbolo possiede in s stesso un numero infinito di aspetti attraverso i quali pu essere esaminato, e richiede da parte di colui che l'avvicina, la capacit di vederlo simultaneamente da diversi punti di vista. I simboli che sono stati trasferiti nelle parole e nel linguaggio ordinario vi si irrigidiscono, si oscurano, e diventano molto facilmente 'i loro stessi contrari', imprigionando il significato in schemi dogmatici ristretti, senza neppur lasciare la libert molto relativa di un esame logico del soggetto.
La ragione di ci sta nella comprensione letterale dei simboli e nell'attribuire ad essi un solo significato.
In questo caso la verit si trova velata da un tessuto esteriore di menzogna, e scoprire questa verit esige immensi sforzi di negazione, nei quali si perde l'idea stessa del simbolo.  ben noto quanti errori siano nati dai simboli della religione, dell'alchimia e pi ancora della magia, per coloro che li hanno presi alla lettera ed in un solo senso.
La vera comprensione dei simboli non pu tuttavia prestarsi a discussioni.
Essa approfondisce la conoscenza e non pu restare teorica, perch intensifica gli sforzi verso risultati reali, verso l'unione del sapere e dell'essere, cio del Grande Fare. La conoscenza pura pu essere trasmessa; ma, essendo espressa in simboli,  ricoperta da essi come da un velo, che per coloro che desiderano vederla, e sanno come guardare, diventa trasparente.
In questo senso  possibile parlare di un simbolismo del linguaggio, bench questo simbolismo sia raramente compreso. Comprendere il senso interiore di ci che viene detto  possibile soltanto a partire da un grado abbastanza elevato di sviluppo, e questo suppone nell'ascoltatore un certo stato e certi sforzi corrispondenti. Quando un uomo sente qualcosa che  nuovo per lui, se invece di fare degli sforzi per comprendere, comincia a discutere o a contraddire, se sostiene la propria opinione che crede giusta, ma che, in regola generale, non ha il minimo rapporto col soggetto, perde sicuramente in questo modo ogni possibilit d'acquisire qualcosa di nuovo.
Per essere in grado di afferrare il contenuto interiore del linguaggio quando questo diventa simbolico,  dunque essenziale aver dapprima imparato ad ascoltare. L'ascoltare  una scienza. E se questa scienza fa difetto, ogni tentativo di comprensione letterale, soprattutto quando il discorso tratta della conoscenza oggettiva e dell'unione della diversit e dell'unit,  destinato a priori a fallire e, nella maggior parte dei casi, a condurre a nuovi errori.
Dobbiamo insistere su questo punto, perch il carattere intellettuale dell'educazione contemporanea favorisce nella gente una tendenza e una inclinazione ad opporre definizioni logiche e argomenti logici a tutto ci che intendono, e, senza che essi se ne accorgano, questa sedicente preoccupazione di esattezza li paralizza in tutti quei campi dove, per la loro stessa natura, definizioni esatte implicano un'inesattezza di senso. 
A causa di questa tendenza del pensiero contemporaneo, accade sovente che una conoscenza esatta dei particolari, in un campo qualsiasi, se  stata comunicata a un uomo prima che egli abbia acquisito la comprensione della natura essenziale di questo campo, gli renda molto difficile afferrare proprio questa natura essenziale. Beninteso, questo non vuol dire che la vera scienza ignori le definizioni esatte; al contrario, essa solo le conosce, ma esse differiscono moltissimo da come noi pensiamo che siano. Cos, se qualcuno s'immagina di poter seguire la via della conoscenza di s guidato da una conoscenza esatta di tutti i particolari, o se si aspetta di acquisire una tale conoscenza prima di essersi data la pena di assimilare le direttive che ha ricevuto riguardo al proprio lavoro, si sbaglia.
Dovr comprendere che non perverr mai alla conoscenza prima di aver fatto gli sforzi necessari e che solo il lavoro su s stesso gli permetter di raggiungere ci che cerca. Nessuno potr dargli quello che gi non possedeva, nessuno potr mai fare in sua vece il lavoro che egli deve fare per s stesso. Tutto quello che un altro pu fare per lui,  di stimolarlo a lavorare; da questo punto di vista, il simbolo, compreso in modo giusto, ha la funzione di uno stimolante nei confronti della conoscenza.
Abbiamo gi parlato della legge d'ottava e del fatto che ogni processo, qualunque sia la scala in cui si effettua,  del tutto determinato nel suo sviluppo graduale, dalla legge della struttura della scala di sette toni. In relazione a ci,  stato indicato che ogni nota, se la si traspone in un'altra scala, diventa a sua volta un'ottava intera. Gli 'intervalli' mi-fa e si-do, che non possono essere riempiti dall'intensit dell'energia del processo in corso, collegano diversi processi tra loro, per il semplice fatto che hanno bisogno di uno shock esteriore, di un aiuto esteriore, per cos dire. Ne consegue che la 'legge d'ottava' collega tutti i processi, dell'universo, e per colui che conosce le ottave di transizione e le leggi della loro struttura, appare la possibilit di una conoscenza esatta di ciascun fenomeno nella sua natura essenziale, cos come in tutte le sue relazioni con le altre cose e con gli altri fenomeni.
Per unire, per integrare tutte le conoscenze relative alla legge della struttura dell'ottava, esiste un simbolo che prende la forma di un cerchio la cui circonferenza  divisa in nove parti uguali da punti collegati fra loro, in un certo ordine, da nove linee.
Ma prima di passare allo studio di questo simbolo  essenziale che si comprendano certi aspetti dell'insegnamento che ne fa uso, come pure la relazione di questo insegnamento con altri sistemi che usano il metodo simbolico per la trasmissione della conoscenza.
Per comprendere la correlazione di questi insegnamenti, bisogna sempre ricordare che le vie che conducono alla conoscenza dell'unit si dirigono verso di essa come i raggi di un cerchio convergono verso il centro: pi essi si avvicinano al centro, pi si avvicinano vicendevolmente.
Ne risulta che le nozioni teoriche che formano le basi di una linea di insegnamento, possono essere qualche volta spiegate dal punto di vista degli enunciati di un'altra linea d'insegnamento, e viceversa. Per questa ragione  qualche volta possibile tracciare una certa via intermediaria fra due vie adiacenti. Ma in mancanza di una conoscenza e di una comprensione complete delle linee fondamentali, tali vie intermediarie, possono facilmente condurre ad una mescolanza di linee, alla confusione, all'errore.
Tra le linee di insegnamento pi o meno conosciute se ne possono distinguere quattro:
1. Ebraica. 2. Egiziana. 3. Iraniana. 4.Ind. Dell'ultima non conosciamo che la filosofia, e delle tre prime solo frammenti di teoria.
Oltre queste linee, ne esistono due conosciute in Europa, la 'teosofia' e il cosiddetto 'occultismo occidentale', che sono risultate dalla mescolanza delle vie fondamentali. Queste due linee portano in s stesse dei grani di verit, ma n l'una n l'altra possiedono la scienza integrale e, di conseguenza, tutti gli sforzi tentati su queste vie per arrivare a un'effettiva realizzazione, non possono dare che risultati negativi.
L'insegnamento di cui viene esposta qui la teoria  completamente autonomo, indipendente da tutte le altre vie e fino ad oggi  rimasto completamente sconosciuto. Come altri insegnamenti, fa uso del metodo simbolico, e uno dei suoi simboli principali  la figura di cui abbiamo parlato, cio il cerchio diviso in nove parti.
Questo simbolo prende la forma seguente: Il cerchio  diviso in nove parti uguali. La figura costruita su sei di questi punti ha per asse di simmetria il diametro uscente dal punto pi alto tra i nove punti in cui  divisa la circonferenza. Questo punto  la sommit di un triangolo equilatero costruito sui punti di divisione, che sono situati fuori della prima figura.
Questo simbolo  sconosciuto agli 'occultisti' ed  introvabile sia nei loro libri che nella tradizione orale. Il significato di questo simbolo era reputato di tale importanza da coloro che lo conoscevano, che non fu mai divulgato. In tutta la letteratura si potrebbero trovare soltanto alcune tracce o rappresentazioni parziali di questo simbolo.
Nel libro Etude sur les origines e la nature du Zohar di S. Karppe, Parigi 1901, vi  un disegno di un cerchio diviso in nove parti con la seguente descrizione: Se si moltiplica 9 X 9, il risultato  dato al disotto dall'8 della colonna di sinistra e l'1 della colonna di destra; e cos 9 X 8, il cui prodotto  indicato dal 7 di sinistra e dal 2 di destra; cos pure 9 X 7. A partire da 9 X 5 l'ordine  invertito, cio il numero che rappresenta le unit passa a sinistra, quello delle decine passa a destra.
Il simbolo che prende la forma di un cerchio diviso in nove da punti collegati tra di loro in un certo ordine da nove linee, esprime la legge del sette in unione alla legge del tre.
L'ottava comporta sette toni di cui l'ottavo  una ripetizione del primo. Con i due 'shock addizionali' che colmano gli 'intervalli' mi-fa e si-do, vi sono dunque nove elementi.
Immaginato nella sua struttura integrale, pi complessa di quella che  stata appena mostrata, questo simbolo  una espressione perfetta della legge di ottava. Tuttavia, questi dati sono sufficienti a farci vedere le leggi interne di un'ottava e a indicare un metodo di conoscenza della natura essenziale di una cosa esaminata in s stessa. 
Presi isolatamente, l'esistenza di una cosa o di un fenomeno che si esamina  il cerchio chiuso di un processo di un eterno ritorno che si svolge senza interruzione. Il cerchio stesso  il simbolo di questo processo. I punti che dividono questa circonferenza simbolizzano le tappe di questo processo.
L'insieme del simbolo  do, in quanto questo do ha un'esistenza regolare e compiuta.  un cerchio, un ciclo finito.  lo zero del nostro sistema decimale: per la sua stessa forma, rappresenta un ciclo chiuso. Esso contiene in s stesso tutto quello che  necessario alla sua esistenza.  isolato da quanto lo circonda. Il seguito delle fasi del processo deve essere messo in rapporto con il seguito dei rimanenti numeri da 1 a 9. La presenza del nono grado che riempie lintervallo si-do, completa il ciclo, cio chiude il cerchio che riparte da questo stesso punto.
Il vertice del triangolo chiude la dualit della sua base, rendendo possibili le differenti forme della sua manifestazione nei triangoli pi diversi. Questo stesso vertice si moltiplica indefinitamente sulla linea di base del triangolo. Per conseguenza ciascun inizio e ogni compimento del ciclo si verifica alla sommit del triangolo, nel punto dove si formano l'inizio e la fine, dove il ciclo si chiude, e che risuona nel flusso ciclico senza fine, come i due do dell'ottava.  tuttavia il nono punto che chiude e ricomincia il ciclo.  dunque al punto superiore del triangolo, corrispondente al do, che si trova il numero 9; e i numeri dall'1 all'8 si ripartiscono tra gli altri punti. 
Passiamo all'esame della figura complessa che  inscritta all'interno del cerchio, per studiare le leggi della sua costruzione. Le leggi dell'unit si riflettono in tutti i fenomeni. Il sistema decimale  stato costruito sulle medesime leggi. Se consideriamo un'unit come una nota che contenga in s stessa un'ottava intera, dobbiamo dividere questa unit in sette parti ineguali corrispondenti alle sette note di quell'ottava.
Nella rappresentazione grafica tuttavia l'ineguaglianza delle parti non verr tenuta in considerazione; per la costruzione del diagramma si prende anzitutto un settimo, poi due settimi, poi tre, quattro, cinque, sei, sette settimi. Se calcoliamo le parti in decimali, otteniamo: 
1 settimo uguale a 0,142857.
2 settimi uguale a 0,285714. 
3 settimi uguale a 0,428571.
4 settimi uguale a 0,571428.
5 settimi uguale a 0,714285.
6 settimi uguale a 0,857142.
7 settimi uguale a 0,999999.
Esaminando la serie dei decimali periodici cos ottenuti, vediamo ben presto che in tutti, eccettuato l'ultimo, si ritrovano le stesse sei cifre, che cambiano il loro posto secondo una certa sequenza; di modo che conoscendo la prima cifra del periodo  possibile ricostruire il periodo intero.
Se poi collochiamo sulla circonferenza i nove numeri in cifre da 1 a 9 e colleghiamo tra di essi con delle linee diritte i punti corrispondenti  secondo l'ordine stesso dei numeri del periodo determinato da quello di partenza  otterremo la figura che si trova all'interno del cerchio.
I numeri 3, 6, 9, non sono inclusi nel periodo; essi formano il triangolo separato  la trinit libera del simbolo.
Se facciamo ora l'addizione teosofica' e prendiamo la somma dei numeri del periodo, otteniamo nove, cio un'ottava intera. Ancora, in ciascuna nota distinta, si trover compresa un'ottava intera soggetta alle stesse leggi della prima. Le posizioni delle note corrisponderanno ai numeri del periodo e il disegno di un'ottava apparir cos: 5 sol 4 fa.
Il triangolo 9 -3 -6 , che unisce in un tutto i tre punti della circonferenza non inclusi nel periodo, mette in relazione la legge del sette e la legge del tre. I numeri 3 -6 -9 non sono compresi nel periodo; due tra di loro, 3 e 6, corrispondono ai due 'intervalli' dell'ottava; il terzo potrebbe sembrare superfluo, ma sostituisce la nota fondamentale che non entra nel periodo. Inoltre ogni fenomeno suscettibile di entrare in contatto con un fenomeno similare per una azione reciproca, risuona come la nota do in un'ottava corrispondente. Di conseguenza, do pu emergere dal suo cerchio ed entrare in normale 
correlazione con un altro cerchio, cio avere in un altro ciclo la stessa parte avuta nel ciclo considerato dagli 'shocks' che riempiono gli 'intervalli' 
dell'ottava. E poich ha questa possibilit, do , qui ancora, collegato dal triangolo 3 -6 -9 a quei posti dove intervengono gli 'schoks' d'origine esteriore, e dove l'ottava pu essere penetrata per entrare in relazione con l'esterno. La legge del tre  messa in certo qual modo in evidenza rispetto alla legge del sette, il triangolo penetra attraverso il periodo e queste due figure combinate danno la struttura interna dell'ottava e delle sue note.
A questo punto del nostro ragionamento, sarebbe perfettamente logico porre la seguente questione: perch l'intervallo definito dal numero 3 trova il suo vero posto fra le note mi e fa, mentre l'altro, definito dal numero 6, si trova tra sol e la, quando il suo posto  tra si e do?
Se si fossero rispettate le condizioni relative al secondo intervallo (6) situandolo al proprio posto, avremmo avuto il seguente cerchio: 
la sol fa. E i nove elementi del cerchio chiuso sarebbero stati raggruppati simmetricamente nel seguente modo.
La ripartizione che otteniamo: sol fa, pu dare soltanto il seguente raggruppamento: cio, in un caso, x tra mi e fa, e nell'altro, tra sol e la  dove non 
sarebbe necessario.
Il fatto che l'intervallo sia apparentemente collocato in un posto sbagliato mostra, a coloro che sono capaci di leggere il simbolo, il tipo di 'shock' richiesto per il passaggio dal si al do.
Per comprenderlo  essenziale ricordarsi quel che  stato detto sul ruolo degli 'shock' nei processi che si effettuano nell'uomo e nell'universo.
Dopo il nostro esame sull'applicazione della legge d'ottava nel cosmo, noi rappresentiamo la tappa 'Sole -Terra' in questa maniera.
A proposito delle tre ottave di radiazione era indicato che nell'ottava cosmica, il passaggio dal do al si  l'intervallo   colmato nell'organismo stesso del sole, ed  colmato dall'influenza della massa del sole sulle radiazioni che l'attraversano. L'intervallo fa-mi nell'ottava cosmica si colma meccanicamente, con l'aiuto di un meccanismo particolare che permette al fa di acquisire, mediante una serie di processi interiori, le caratteristiche del sol situato proprio al di sopra di esso, senza cambiare la sua nota; in altre parole, questo meccanismo speciale permette al fa di accumulare, in un 
certo modo, l'energia interiore richiesta per passare indipendentemente alla nota seguente, al mi.
Il medesimo rapporto si trova esattamente in tutti i processi completi. Se si esaminano i processi di nutrizione dell'organismo umano, e la trasformazione delle sostanze che penetrano nell'organismo, vi troviamo esattamente i medesimi 'intervalli' e 'shock'. 
Come gi detto, l'uomo assorbe tre tipi di nutrimento. Ciascuno  l'inizio di una nuova ottava. La seconda ottava, l'ottava dell'aria, si unisce alla prima che  l'ottava del mangiare e del bere, al punto dove questa si arresta nel suo sviluppo, alla nota mi.
Bisogna per comprendere bene questo; proprio come in molti processi chimici, soltanto quantit definite di sostanze esattamente determinate dalla natura, danno composti della qualit richiesta, cos nell'organismo umano i 'tre tipi di nutrimento' devono essere miscelati in proporzioni definite.
La sostanza finale, nel processo dell'ottava della nutrizione,  la sostanza si (idrogeno 12 della terza scala) che ha bisogno di uno 'shock addizionale' per passare ad un nuovo do. Siccome per le tre ottave hanno preso parte alla produzione di questa sostanza, la loro influenza si riflette anche nel risultato finale, determinandone la qualit. La quantit e la qualit possono essere regolate se si sanno dosare i tre tipi di nutrimento assorbiti dall'organismo. Soltanto in presenza di un accordo perfetto tra i tre tipi di nutrimento, rinforzando o indebolendo questa o quella parte del processo, il risultato richiesto potr essere ottenuto.
 pertanto indispensabile ricordarsi che tutto ci che verr fatto arbitrariamente per regolare la propria nutrizione  nel senso letterale di questa parola  o la propria respirazione, non potr condurre al fine desiderato, se non si sa esattamente ci che si fa, perch lo si fa, e che specie di risultato se ne vuole ottenere. Inoltre, anche se un uomo dovesse riuscire a dosare due dei del processo, la nutrizione e l'aria, questo non sarebbe componente sufficiente, poich  ancora pi importante sapere dosare il terzo tipo di nutrimento  le 'impressioni'.
Di conseguenza, prima ancora di pensare a influenzare praticamente i processi interiori,  essenziale comprendere l'esatto mutuo rapporto tra le sostanze che penetrano nell'organismo, la natura dei possibili 'shock' e le leggi che governano il passaggio da una nota all'altra. Queste leggi sono ovunque le medesime. Studiando l'uomo, studiamo il cosmo; studiando il cosmo, studiamo l'uomo.
In conformit con la legge del tre, l'ottava cosmica 'Assoluto -Luna'  stata scissa in tre ottave subordinate. In queste tre ottave il cosmo  come l'uomo: gli stessi 'tre piani' e gli stessi 'tre shock'.
Nelle ottave cosmiche di radiazione, nello stesso punto dove si colloca, come nel corpo umano, l'intervallo fa-mi, sono indicate sul diagramma le 'macchine'.
Il processo del passaggio da fa a mi pu essere descritto molto schematicamente cos: il fa cosmico entra in questa macchina come nutrimento del piano inferiore ed incomincia il suo ciclo di trasformazione. Perci, dapprima, esso risuona nella macchina come do. La sostanza sol dell'ottava cosmica, avendo lo stesso ruolo della sostanza che entra al piano intermedio, come l'aria nella respirazione, aiuta la nota fa all'interno della macchina a passare alla nota mi. Questo sol, entrando nella macchina, risuona anch'esso come do. La materia ottenuta entra in relazione al piano superiore con la sostanza del la cosmico, che vi entra pure come do. 
Come possiamo vedere, le seguenti note: la, sol, fa servono di nutrimento per la macchina. Nell'ordine della loro successione, in conformit con la legge del tre, la sar l'elemento attivo, sol l'elemento neutralizzante e fa l'elemento passivo. Il principio attivo entrando in relazione con il principio 
passivo (cio unendosi ad esso grazie al principio neutralizzante) da un risultato definito. Questo  rappresentato schematicamente cos.
Questo simbolo indica che la sostanza fa, quando  combinata con la sostanza la, da come risultato la sostanza sol. Poich questo processo continua nell'ottava sviluppandosi come se fosse all'interno della nota fa,  possibile dire che il fa, senza cambiare il posto, acquisisce le propriet del sol.
Tutto quello che  stato detto sulle ottave di radiazioni e le ottave del nutrimento nell'organismo umano  in relazione diretta con il simbolo del cerchio diviso in nove parti. Questo simbolo in quanto espressione di una sintesi perfetta, contiene in s stesso tutti gli elementi delle leggi che esso rappresenta;  quindi possibile trarre da esso e grazie ad esso trasmettere la comprensione di quanto  in rapporto con le ottave  e di molte altre cose ancora.
G. ritorn sovente sull'enneagramma in varie occasioni: Ogni tutto integrale, ogni cosmo, ogni organismo, ogni pianta  un enneagramma, diceva. Ma non tutti gli enneagrammi hanno necessariamente un triangolo interiore. Quando, in un dato organismo, si trova il triangolo interiore, questa  la prova di una presenza di elementi superiori secondo la scala degli 'idrogeni'. Questo triangolo interiore  posseduto da piante come la canapa, il papavero, il luppolo, il t, il caff, il tabacco e molte altre che hanno una loro funzione nella vita dell'uomo. Lo studio di queste piante pu rivelarci molto riguardo 
all 'enneagramma.
In senso generale, bisogna comprendere che lenneagramma  un simbolo universale. Ogni scienza ha un posto nell'enneagramma e pu essere interpretata per mezzo dell'enneagramma. Sotto questo rapporto si pu dire che un uomo non conosce veramente, cio non comprende, se non quello che  capace di inserire nell'enneagramma. Ci che non  in grado di porre nell'enneagramma non lo comprende. Per un uomo che sappia utilizzarlo, l'enneagramma rende libri e biblioteche del tutto inutili; ogni cosa pu essere inclusa e letta nell'enneagramma. Un uomo isolato nel deserto che tracci l'enneagramma sulla sabbia, pu leggere in esso le leggi eterne dell'universo. Ed ogni volta egli pu imparare qualcosa di nuovo, qualcosa che prima ignorava del tutto.
Due uomini che sono stati in differenti scuole, incontrandosi e tracciando l'enneagramma, saranno capaci di stabilire immediatamente con il suo aiuto chi sa di pi, chi  pi progredito; in altri termini, quale di essi  il pi anziano, il maestro e quale l'allievo.
L'enneagramma  il geroglifico fondamentale di un linguaggio universale con tanti significati diversi quanti sono i livelli umani.
L'enneagramma  il moto perpetuo,  quel perpetuum mobile che gli uomini hanno cercato dalla pi lontana antichit, e sempre invano.
Non  poi difficile capire perch essi non abbiano potuto trovarlo. Essi cercavano al di fuori di s stessi ci che era in loro; essi cercavano di costruire un movimento perpetuo come si costruisce una macchina, mentre il movimento perpetuo  parte di un altro movimento perpetuo, e non pu essere creato separatamente da questo. L'enneagramma  un diagramma schematico del moto perpetuo cio una macchina dal movimento eterno. Ma naturalmente  necessario sapere come leggere questo diagramma. La comprensione di questo simbolo e la capacit di farne uso d all'uomo un grandissimo potere.  il moto perpetuo ed  anche la pietra filosofale degli alchimisti.
La scienza dell'enneagramma  stata tenuta segreta molto a lungo e se ora , in certo modo, resa accessibile a tutti, lo  solo in forma incompleta e teorica, inutilizzabile in pratica da chiunque non sia stato istruito in questa scienza da un uomo che la possieda.
Per essere compreso, l'enneagramma deve essere pensato in movimento, come se si movesse. Un enneagramma statico  un simbolo morto; il simbolo vivente  in movimento.
Molto pi tardi, nel 1922, allorch G. organizzava il suo Istituto in Francia ed i suoi allievi studiavano le danze dei Dervisci, G. mostr loro degli esercizi che si riferivano al 'movimento dell'enneagramma'. Sul pavimento della sala in cui questi esercizi avevano luogo, era stato tracciato un grande enneagramma e gli allievi occupavano i posti contrassegnati dai numeri dall'1 al 9. Ad un dato momento essi si misero a muoversi da un posto all'altro secondo l'ordine indicato dal periodo dei numeri, in un movimento molto affascinante, girando l'uno intorno all'altro nei punti di incontro, cio nei punti di intersezione delle linee dell'enneagramma.
G. faceva notare a quellepoca che gli esercizi di movimento relativi allenneagramma avrebbero occupato un posto importante nel suo balletto 'La Lotta dei Magi'. Egli diceva anche che, senza partecipare a tali esercizi, senza occuparvi un posto qualsiasi, era quasi impossibile comprendere l'enneagramma. L'enneagramma pu essere vissuto attraverso il movimento, egli diceva. Il ritmo stesso dei movimenti suggerir le idee necessarie e manterr la necessaria tensione; senza di essi  impossibile sentire ci che  pi importante.
Un altro disegno dello stesso simbolo era stato tracciato, sotto la sua direzione, a Costantinopoli nel 1920. All'interno dellenneagramma erano rappresentati i quattro animali dell'Apocalisse: il Toro, il Leone, lUomo e lAquila, e con essi una colomba. Questi simboli aggiunti erano messi in relazione con i centri.
A proposito dell'enneagramma, considerato come simbolo universale, G. parlava ancora dell'esistenza di un linguaggio 'filosofico' universale.
Da molto tempo gli uomini si sforzano di trovare una lingua universale, diceva. E, in questo campo come in molti altri, essi cercano quanto gi da molto tempo  stato trovato, e tentano di inventare qualche cosa la cui esistenza era ben nota un tempo. Gi dissi come vi siano non una, ma tre lingue universali e, per l'esattezza, tre gradi di una stessa lingua. Al suo primo grado, questa lingua consente gi alla gente l'espressione dei propri pensieri e la comprensione di quelli degli altri, quando si tratta di cose per le quali il linguaggio ordinario  inadeguato.
Quali rapporti hanno queste lingue con l'arte?, chiese qualcuno.
E l'arte stessa non costituisce forse questa 'lingua filosofica' che altri cercano intellettualmente?
Non so di quale arte parliate, disse G. Vi  arte e arte. Avrete senza dubbio osservato che nelle nostre riunioni mi sono state spesso rivolte domande sull'arte, e che ho sempre eluso qualsiasi conversazione su questo argomento. Infatti, ritengo assolutamente prive di senso tutte le conversazioni ordinarie sull'arte. Ci che le persone dicono non ha nulla a che vedere con ci che pensano ed esse nemmeno se ne accorgono.
D'altra parte  perfettamente vano cercare di spiegare i reali rapporti tra le cose a un uomo che non conosce l'A B C su s stesso, ossia sull'uomo. Ma abbiamo studiato abbastanza perch possediate gi qualche nozione di questo A B C , cos forse oggi potr parlare dell'arte con voi.
Per cominciare ricorder che vi sono due tipi di arte, l'arte oggettiva e l'arte soggettiva, l'una affatto diversa dall'altra. Tutto ci che conoscete, ci che chiamate arte,  arte soggettiva, che io mi rifiuto di chiamare arte, perch attribuisco questo nome solo all'arte oggettiva.
Ci che io chiamo arte oggettiva  difficilmente definibile, innanzi tutto perch voi attribuite le sue caratteristiche all'arte soggettiva, poi perch voi ponete le opere d'arte oggettiva, quando vi trovate di fronte a loro, sullo stesso livello dell'arte soggettiva.
Vi esporr chiaramente il mio pensiero. Voi dite: un artista crea.
Io riservo questa espressione per l'artista oggettivo. Per l'artista soggettivo, dico che in lui 'si crea'. Ma voi non fate questa distinzione, che pure  immensa. Inoltre, voi attribuite all'arte soggettiva un'azione invariabile, in altre parole credete che tutti reagiranno allo stesso modo a opere d'arte soggettiva. Immaginate, ad esempio, che una marcia funebre far sorgere in ognuno pensieri tristi e solenni e che qualsiasi musica ballabile, una komarinski, per esempio, susciter pensieri allegri.
In realt non  affatto cos. Tutto dipende dai processi associativi. Se mi accadesse di udire per la prima volta, sotto l'impressione di una grande disgrazia, un motivo allegro, questo motivo in seguito susciterebbe in me, e per tutta la vita, pensieri tristi e opprimenti. E se, un giorno in cui mi sentissi particolarmente felice, udissi un motivo triste, questo motivo provocherebbe sempre in me pensieri felici. Cos accade generalmente.
La differenza tra l'arte oggettiva e l'arte soggettiva, consiste nel fatto che nel primo caso l'artista 'crea' realmente, fa ci che ha l'intenzione di fare, introduce nella sua opera le idee e i sentimenti che vuole. E l'azione della sua opera sulla gente  assolutamente precisa; essi riceveranno, naturalmente ciascuno secondo il proprio livello, le stesse idee e gli stessi sentimenti che l'artista ha voluto loro trasmettere.
Quando si tratta di arte oggettiva, non pu esservi nulla di accidentale, n nella creazione dell'opera stessa, n nelle impressioni che essa suscita.
Quando invece si tratta di arte soggettiva, tutto  accidentale.
L'artista, ripeto, non crea; in lui 'qualcosa si crea da s'. Ci significa che un tale artista  in balia di idee, di pensieri, e di umori che egli stesso non comprende e sui quali non ha il minimo controllo. Essi lo dominano e si esprimono da s sotto varie forme. Una volta assunta accidentalmente una qualunque forma, tale forma, sempre altrettanto accidentalmente, produrr sullo spettatore questa o quella reazione a seconda dei suoi umori, dei suoi gusti, delle sue abitudini, e della natura dell'ipnosi sotto la quale egli vive. Non vi  in questo niente di invariabile, niente di determinato. Nell'arte oggettiva, al contrario, nulla di indefinito. 
L'arte non rischia di scomparire diventando tanto precisa? domand uno di noi. E non v' forse appunto una certa imprecisione, un non so che di indeterminato, che distingua l'arte, dalla cos detta scienza? Se questa impressione scomparisse e se l'artista stesso cessasse di ignorare ci che vuole ottenere, e conoscesse a priori l'impressione che la sua opera produrr sul pubblico, allora si tratterebbe di un 'libro'... non pi di arte.
Non so di che cosa parliate, disse G. Usiamo misure differenti: io valuto l'arte dalla sua 'coscienza''; voi l'apprezzate quanto pi essa  'incosciente'.
Non ci possiamo comprendere. Una opera d'arte oggettiva deve essere un 'libro', come voi la chiamate; la sola differenza  che l'artista non trasmette le sue idee direttamente con parole, segni o geroglifici, ma attraverso determinati sentimenti che egli suscita coscientemente e sistematicamente, sapendo ci che fa e perch lo fa.
Alcune leggende, disse allora uno dei presenti, parlano di statue di dei, nei templi antichi della Grecia  per esempio la statua di Zeus ad Olimpia  che producevano su tutti un'impressione ben definita, sempre la stessa.
Esattissimo, disse G. E il fatto che tali leggende esistano dimostra che gli Antichi avevano compreso la differenza tra l'arte vera e quella non vera: l'effetto prodotto dalla prima  sempre lo stesso, l'effetto prodotto dalla seconda, sempre accidentale.
Non potreste indicarci altre opere d'arte oggettiva? Vi  qualcosa che si possa definire oggettivo nell'arte contemporanea? Quando  stata creata l'ultima opera d'arte oggettiva?
Prima di parlare di tutto questo, rispose, si deve comprendere qualcosa di fondamentale. Se afferrerete questi principi, sarete capaci di rispondere voi stessi a tutte queste domande. Ma se non capite i princip, nulla di quanto io possa dirvi vi servir da spiegazione.  a questo proposito che  stato detto: guarderanno con gli occhi, e non vedranno, ascolteranno con le orecchie, e non udranno.
Non vi dar che un esempio: la musica. Tutta la musica oggettiva si basa sulle ottave interiori. Essa pu dare risultati precisi, non solo d'ordine psicologico, ma d'ordine fisico. Esiste una musica tale da far gelare le acque. Vi  una musica capace di uccidere un uomo all'istante.
La leggenda della distruzione delle mura di Gerico con la musica  proprio una leggenda di musica oggettiva. La musica ordinaria, di qualunque tipo, non far mai crollare muri, ma la musica oggettiva invece lo pu. E non soltanto pu distruggere, ma pu anche edificare. La leggenda di Orfeo  tessuta su tali ricordi di musica oggettiva, perch Orfeo si serviva della musica per insegnare. La musica degli incantatori di serpenti in Oriente si avvicina alla musica oggettiva, ma in modo assai primitivo. Spesso non si tratta che di una sola nota, appena modulata, e prolungata indefinitamente; in questa semplice nota si sviluppano incessantemente delle 'ottave interiori', e in queste ottave, delle melodie non percepibili dalle orecchie, ma che possono essere sentite dal centro emozionale. E il serpente ode questa musica o, per meglio dire, la sente e le obbedisce. Una musica di questo tipo, soltanto un po' pi complessa, farebbe obbedire degli uomini.
Cos, vedete che l'arte non  soltanto un linguaggio, ma qualcosa di molto pi grande. Se ricordate ci che dissi sui differenti livelli dell'uomo, comprenderete ci che ho detto ora sull'arte. L'umanit meccanica  composta di uomini n. 1, 2 e 3 ed essi naturalmente possono avere solo un'arte soggettiva. L'arte oggettiva richiede per lo meno dei momenti di coscienza oggettiva; per essere in grado di comprenderli e utilizzarli sono per necessari una grande unit interiore e un grande controllo di s.
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FINE Parte 3.
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Indice di questa parte.
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CAPITOLO 11.
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Svegliarsi, morire, nascere, tre stadi successivi.
Migliaia di attaccamenti, di 'io' inutili, impediscono all'uomo di svegliarsi.
Cosa vuoi dire 'rendersi conto della propria nullit'?
Il coraggio di 'morire'.
Certe forze mantengono l'uomo in potere dei suoi sogni.
Storia del mago e delle pecore.
Kundalini, potenza dell'immaginazione.
Il sonno dell'uomo  ipnotico.
Necessit di una riunione di sforzi. Un uomo solo non pu fare nulla.
Per svegliare un uomo addormentato occorre un buon choc.
Condizioni generali dell'organizzazione dei gruppi.
Il padrone. La condizione d'obbedienza.
Il segreto.
La lotta contro le menzogne in noi stessi.
La lotta contro le paure.
Sincerit verso se stessi.
Solo i super-sforzi contano.
Grande accumulatore e piccoli accumulatori della macchina umana.
Come disporre dell'energia necessaria?
Ruolo del centro emozionale.
Ruolo dello sbadiglio e del riso come scarico di energia. 
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CAPITOLO 12.
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Agosto 1916. Il lavoro si intensifica.
Quali sono gli uomini che possono essere interessati dalle idee di questo insegnamento?
Occorre essere stati delusi.
Un'esperienza fatta in comune: raccontare la propria vita.
Che significa 'essere sincero'.
Una domanda e una risposta a proposito dell'Eterno Ritorno.
Un'altra esperienza: separare l'essenza della personalit.
Ruolo del 'tipo' nei rapporti tra l'uomo e la donna.
Potere del sesso.
Schiavit e liberazione.
Formazione del corpo astrale.
L'astinenza sessuale  utile per il lavoro?
L'abuso del sesso.
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CAPITOLO 13.
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Ouspensky si prepara alle esperienze promesse da G.
Per un gruppo ristretto incomincia il 'miracolo'.
'Conversazioni mentali' con G.
Il sonno  cessato.
Lo studio dei fenomeni superiori esige uno stato emozionale particolare.
Il tratto principale svelato.
Coloro che abbandonano il lavoro.
Il silenzio come test.
Il sacrificio nel processo del risveglio.
Sacrificare la propria sofferenza.
La Tavola degli Idrogeni ampliata: 'diagramma mobile'.
Il tempo  limitato;  necessaria l'astuzia.
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CAPITOLO 14.
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Come trasmettere la 'verit oggettiva'?
La scienza concepita dal punto di vista della coscienza.
L'idea dell'unit di tutte le cose, fondamento della scienza oggettiva.
Possibilit di studio simultaneo dell'uomo e del mondo attraverso i miti e i simboli.
Giusto o falso approccio ai simboli secondo il livello di comprensione.
Il metodo simbolico nelle differenti vie fondamentali.
Il simbolo dell'enneagramma.
La 'Legge del Sette' nel suo rapporto con la 'Legge del Tre'.
Far l'esperienza dellenneagramma mediante il movimento.
Una lingua universale.
Arte oggettiva e arte soggettiva.
La musica oggettiva basata sulle ottave interiori.
Condizioni necessarie per comprendere l'arte oggettiva.
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FINE.